L’aria gelida le entrava nelle narici, le scendeva giù per la gola umida e le pungeva i polmoni intirizziti, malati. Quel tramonto l’aveva visto un milione di volte ed ogni volta invece riusciva sempre ad emozionarsi nuovamente. Era una di quelle sensazioni viscerali che non riusciva a spiegare. Saranno state le tinte diverse, le sfumature diverse, gli attimi diversi passati veloci come le persone che le stavano sempre di fianco, mai le stesse, fatto era che ogni volta le si stringeva un groppo su per la gola per l’emozione e gli occhi le cominciavano a brillare.
«Ed ogni volta ringrazio Dio perché ci sei ancora tu al mio fianco, tu che mi hai dato più di chiunque altro».
Certo, e come mai avrebbe potuto distaccarsene, si chiedeva sempre lui. Quella ragazza ormai aveva affondato le sue sottili dita all’interno del suo petto e senza pietà alcuna gli aveva portato via il cuore senza che potesse accorgersene, un giorno come quello, caldo però, un giorno di qualche mese prima, in estate, quando ancora l’aria profumava di albicocche.
Allora le acque del lago che era sotto di loro erano piatte e calde, e riflettevano perfettamente, come uno specchio appena terso, gli ultimi bagliori rossicci del sole che andava nascondendosi lentamente dietro le cime nere delle montagne. E loro, come adesso, erano lì, insieme. Non sulla terrazza però. Erano giù, sulla riva del lago e le piccole onde andavano ad infrangersi sulle piante dei poro piedi solleticandoli leggermente.
«E così tu sei un poeta?», diceva lei riuscendo a trattenere appena un sorriso nascosto dietro ai denti perla. «E dimmi, “poeta” come mai tu non sei partito per la guerra come mio padre e mio fratello, invece? Loro avrebbero avuto bisogno di un “poeta” o di qualcuno che scrivesse per loro perché da quando sono partiti per il fronte non ci hanno fatto arrivare nemmeno uno straccio di lettera. Io e la mamma ormai li sogniamo tutte le notti».
«Io sono stato in guerra». Mentre lo diceva pareva incantato, aveva lo sguardo fisso sul disco rosso del sole che lo sfidava dal lato opposto. «Ti assicuro che se non scrivono è solamente perché non riescono a trovare le parole giuste per raccontarvi quello che stanno vivendo senza farvi soffrire. Non hanno bisogno di un “poeta” ora che sono lì, avrebbero solo avuto bisogno di non andarci per niente in questa maledetta guerra!» Adesso il suo sguardo era basso, fissava i ciottoli che proiettavano le loro lunghe ombre sottili su di lui. «Vedi, neanche io quando ero lì riuscivo a scrivere nulla. Nulla. Era come se tutti i miei pensieri fossero stati polverizzati. La guerra non è fatta per gli uomini, non è fatta né per me né per te né per loro, tuo padre e tuo fratello, perché siamo tutti noi i veri poeti!... perché crediamo nelle piccole cose della vita, quelle che ci meravigliano, e la guerra ci incatena, ci fa schiavi».
Rimasero entrambi qualche istante in silenzio. Saranno stati una manciata di secondi, o addirittura qualche minuto, non importava.
Lui le prese la mano fredda. Lei trasalì appena. «Andiamo a fare l’ultimo bagno della giornata, dai» e le sorrise. D’un tratto si fece improvvisamente sera. Pareva che tutto intorno a loro si fosse fermato e fosse stato inghiottito da un’altra dimensione. Adesso non si capiva più dove finisse la linea dell’orizzonte del lago e dove, in lontananza, iniziassero le montagne. Le rive erano diventate un tutt’uno con l’acqua scura. Si distinguevano soltanto, nel silenzio, i loro giochi misteriosi nell’acqua. Una cicala non troppo distante si attardava ad osservare il cielo stellato che pareva distorto dall’afa estiva e suonava per loro la sua litania stanca.
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