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mercoledì 7 gennaio 2015

Tu vuo’ fa l’americano (Omaggio a John Fante)

Bandinedì una rubrica a cura di Davide Capuzmundi                                          
                                                                                                                                                                                                                                                                                             Io sono americano, anzi, Americano con la A maiuscola. Lo sono sempre stato, questo posso garantirvelo. Ogni singola mia fibra, ogni singola mia cellula, ogni singolo atomo che compone questo sudice ammasso di stracci lo è. Lo sono fino al midollo e non sarete né voi né tutti gli altri figli di cagna che continuano a chiamarmi Dago a farmi rinnegare quello che sono. Tutti nella mia famiglia sono americani, a partire da mio padre Nick, grande lavoratore, ormai con la schiena ridotta a gesso, con il solo pesante vizio dell’alcol e delle donne, belle donne devo aggiungere, e da mia madre, un essere piccolo e gracile che non ha mai una parola cattiva per nessuno ma sa perfettamente come farsi valere in casa di fronte ai muscoli scuri di quella bestia di mio padre. Poi io e i mei fratelli siamo tutti nati e cresciuti qui. Abbiamo fin da piccoli, appena sbucati fuori dall’oscurità primordiale, respirato questa maledetta aria americana che puzza di lavoro e fatica. I miei nonni anche erano… ah, no. Loro non ve li presenterei nemmeno. Rovinerebbero la mia reputazione da Americano. Vedete, una vita per costruirla e un attimo per distruggerla. E poi giù, crolla tutto come un castello di carte su se stesso. Vi dico solo che sono italiani. Abruzzesi. Pane, amore e noncapiscoiochecosatudica. Infatti è proprio così. Il linguaggio parlato dai miei nonni ha un non so che di cavernicolo. Tutto pieno di mugugni, ammiccamenti e cenni di labbra che si piegano e si raggrinziscono ad ogni fuoriuscita di suoni dalle loro fauci che odorano perennemente di pustole. Solo mia madre e mio padre riescono ancora ad avere un rapporto “umano” basato sul dialogo con loro. Non che a me questo dispiaccia, anzi. Vi dirò la verità, mi tingerei volentieri di verde la pelle e uscirei per strada senza vestiti, con il batacchio che mi penzola dal ventre, cantando “Mary aveva una pecorella”, piuttosto che farmi vedere con i miei nonni in giro. D’altra parte, almeno quello sarebbe divertente. Per queste ragioni io faccio risalire le mie origini a mio padre e a mia madre senza considerare il nulla che c’è prima di loro.
Oggi in casa non si vive. È il giorno della comunione di mia sorella e tutta la famiglia, io, mio fratello, mia madre e mio padre, quei parassiti dei nonni, lo zio Alfred e la zia Addolorata, lo scapolo d’oro di zio Mike, i miei insopportabili cugini dalle orecchie a sventola e dai capelli sempre lucidi che paiono di bachelite, e perfino il cane, è stipata in salotto. Chi colato sui divani, chi smoccolato ad un angolo, chi avvinghiato all’albero di limoni ornamentali che la mamma tiene come fosse un premio d’oro vicino la porta d’ingresso, chi come la nonna Innocenza che troneggia su una sedia che cigola e che con aria da imperatrice osserva tutti gli invitati scambiando di tanto in tanto, piegandosi appena, qualche parola con la zia che annuisce e alza gli occhi al soffitto. Che ci troverà poi di così interessante in uno strato di stucco spalmato e lasciato affumicare lì resterà per me un mistero. Mia madre oggi è particolarmente bella e vitale. Sorride a tutti e pare quasi una rosa che sta per sbocciare. Fresca, giovane, piena di voglia di vivere. Questo ve lo dico perché in tutta la mia vita, un evento del genere, mia madre che è così allegra e che si muove che pare quasi danzando, l’ho vissuto solo in un’altra occasione: quando era tornata dall’Italia la sorella, zia Donata, il Giorno del Ringraziamento. Aveva addirittura comperato un abito nuovo di zecca, giallo e lilla, e per pranzo aveva preparato un tacchino “vero” ripieno. Lei continuava a ridere di gusto e la zia con essa, noi eravamo stupiti per la quantità di regali che ci aveva portato, ed io avevo ricevuto un trenino a molla, il mio primo ed ultimo trenino. Solo mio padre non riusciva a dire nulla che non fosse un borbottio o un “ce n’è ancora di vino”, aggiungendo poi un freddo e distaccato, quasi sarcastico, “cara”. Ma quello era stato il giorno della mamma e ricordo perfettamente che quando andò a coricarsi a notte tarda, io me l’ero messa a spiare dalla fessura che faceva la porta socchiusa perché la sentivo fischiettare e modulare delle note a caso ma piacevoli, si addormentò di schiena alla montagna che formava sotto le lenzuola quell’orco di mio padre e aveva stampato sulle labbra un sorriso che non l’abbandonò per tutta la notte. Sarà stata l’unica volta che ho visto dormire mia madre così serenamente e con la felicità disegnata sul volto. Oggi, invece, anche mio padre contro ogni previsione ed aspettativa è gioioso e si diverte a riproporre per l’ennesima volta le poche barzellette che conosce allo zio, che lo asseconda e insieme formano quasi un duo da cabaret. L’uno, mio padre, vestito tutto di punto con tanto di camicia bianca ben stirata che lo stringe minacciosamente su per il collo ruvido e scottato dal solleone, cravatta nuova e l’immancabile bicchiere in una mano accompagnato da una lunga bottiglia del miglior vino rosso arrivato direttamente dall’Italia, che mio padre s’era riposta almeno da due anni, dal giorno della mia prima comunione; l’altro, ormai già con le guance accaldate ed arrossate per gli effetti tossici di quel nettare dall’odore di fragole, se ne andava girando spalla a spalla con il babbo accarezzandosi, con la mano libera dall’arma sporca di rosso ma che lasciava ancora dietro di se quella scia inebriante di essenze fruttate, i baffetti stinti che pendevano in modo ridicolo verso un lato. Se la ridevano i due.
Mia sorella era stata ormai divorata da quelle arpie fameliche delle zie e della nonna che continuavano imperterrite a coccolarsela, a stringerla fino a farla sudare e a sbaciucchiarsela macchiandole il viso un po’ sul naso un po’ sulla fronte un po’ sulle labbra dei loro rossetti monotonali. Ormai non si distingueva più se il rosso che aveva dipinto sulle guance fosse perché stava per rischiare l’asfissia o perché avesse troppi baci stampati che nessuno si preoccupava di pulirle. Sembrava una creatura scesa dal paradiso che si era persa in mezzo a quella gentaglia che non faceva altro che balbettare frasi senza senso, ingozzarsi e ridere a più non posso. Da capo a piedi era vestita di bianco con una coroncina di piccoli fiori gialli che le scendeva su una spalla. Ma chi la conosceva bene riusciva a distinguere sul suo volto un velo di noia. Faceva dei sorrisini spenti, senza quella voglia che di solito aveva di contagiarti con il suo sguardo pimpante e vivace. Qualcosa non le andava a genio. Sembrava stesse cercando disperatamente di reprimere un conato di vomito che le stava rifluendo prepotentemente su per l’esofago. Non era la solita.
In chiesa tutti i bambini erano in fila e sorridevano, tutti i genitori commossi ed elettrizzati si tenevano stretti per mano, ma lei no. Mia sorella aveva lo sguardo fisso nel vuoto, verso la porta centrale, verso la vetrata colorata o altrove, verso le pianure del Kansas, verso le calme acque del Mississippi, o ancora più in là, oltre la Virginia, la terra di tutti noi, oltre le sue bianche spiagge, oltre l’oceano forse. Là, dove finiva il mondo. Si vedeva che non voleva essere lì in quel momento. Voleva trovarsi altrove, libera, lontana da tutti quegli sguardi ammiccanti e da tutte quelle guance umide che emanavano un forte odore di cipria. Guardava l’Italia! La traditrice guardava verso il mare e sognava l’Italia! Ora ho capito, il suo sguardo era il tipico di chi incontri per le strade e rimpiange ancora l’Italia che da lontano da tutto questo, invece, se ne infischia totalmente di tutti loro. Brutta idiota figlia di qualcun altro! «Sei lo sputo dell’America, piccola mia. Il rifiuto che nessuno mai vorrebbe avere qui, in questa fantastica terra» pensai. Avrebbe dovuto aprirsi la terra sotto i suoi piedi e divorarsela in quel preciso istante. Non sarebbe stata più mia sorella, l’avrei giurato davanti a Nostro Signore in persona. Ma come puoi tu, tu che vivi in un paese libero e dove dalla terra fioriscono sogni e stillano speranze, sognare la terra di nessuno? Una terra lontana da cui tutti sono scappati verso la vita vera e che fa ancora morire i giovani come me e te sotto il peso dei «NO!» dei potenti? Tu hai tradito il nostro sangue, il mio sangue, e per questo non mi meriti.
Decisi da quel momento che non le avrei mai più rivolto una parola.
Tornati a casa, dopo la funzione, non facevo che fissare mia sorella dritta in viso. Mi ci ero ficcato in quei suoi occhi da traditrice e non la lasciavo sfuggire neanche per un istante. Dovevo studiarla. Dovevo analizzare ogni suo passo falso. Tutti avrebbero dovuto sapere quant’era meschina la loro “piccola bambina”, il loro “angioletto d’oro”. Avrei dovuto aspettare solo il momento opportuno, e il gioco era fatto, le pedine erano tutte sistemate per lo scacco finale.
Eravamo tutti seduti a tavola, la mamma pareva volare quasi sul pavimento per quanto era contenta. Faceva avanti e indietro dalla cucina ora con un vassoio di pasta fresca al pomodoro d’anatra, ora con un enorme tacchino che sporgeva tanto da un lato quanto dall’altro del piatto da portata che avevo fino ad allora visto solo riposto, incontaminato, protetto dal vetro del mobiletto del salotto, ora con un’enorme torta alla panna con dei confetti proporzionati ad essa che insieme sarebbero bastati a sfamare un’intera guarnigione per una settimana. Per l’occasione il mio vecchio aveva deciso di stappare una delle migliori bottiglie di bollicine che si trovava sul mercato. Tutto era perfetto, e io decisi di rovinare la festa proprio nel momento in cui il tappo di sughero, incoraggiato dalla pesante mano di mio padre, avrebbe lasciato il collo stretto della bottiglia scura per librarsi finalmente verso il soffitto annerito. Erano tutti impazienti e fremevano, pronti ad applaudire e a non perdersi quel momento, la mamma che stringeva forte i palmi l’uno contro l’altro con le lacrime agli occhi, mio padre che stava praticamente litigando con il tappo che di uscire non ne voleva sapere proprio per niente, aggrappato disperatamente al bordino di vetro, inveendo di tanto in tanto chiamando in avvocatura per l’evento memorabile santi e sante d’ogni luogo, gli zii che lo incitavano ridendo fino a sentirsi male con le loro pance schifose che si muovevano al ritmo dei ghigni che parevano stessero per partorire da un momento all’altro (ma Dio solo sa cosa avrebbero partorito di lì a poche ore quelle pance), e io che mi ero praticamente alzato dalla sedia che era in fondo al tavolo pronto per scagliarmi contro la traditrice e palesare il suo sporco reato davanti a tutti, quando si sentì un suono inatteso provenire dalla fine del corridoio simile ad un cinguettio. Un trillo. Era il campanello della porta che anche se non invitato aveva deciso di intrufolarsi prepotentemente e ugualmente tra di noi anche in un giorno di festa come quello. Tutto si fermò. Chi fosse passato in quell’istante e da fuori avesse sbirciato quella scena dalla finestra non avrebbe notato alcuna differenza con lo spettacolo bizzarro quanto pittoresco offerto dalla stanza di un museo delle cere. Solo il gatto continuava a leccarsi le zampe, tradendo quella finzione alla Robert Doisenau, seduto in un angolo della stanza, mentre la sua lingua ruvida continuava a raspare accuratamente tutto il pelo, lato per lato, piega per piega, producendo un lieve fruscio appena percettibile. Una mosca pareva morta sul vetro della finestra, ancora con le ali spiegate. Mio padre aveva smesso di ridere, ora aveva stampato sul volto un ghigno teso e lo sguardo perso si intrecciava con quello della mamma. Il campanello suonò di nuovo e questa volta mia sorella si precipitò su per le scale e si andò a rinchiudere in camera sua, aveva capito tutto lei. Anche il mio vecchio balzò in piedi posando rumorosamente il bicchiere pieno di vino sul tavolo e facendo traballare la bottiglia di spumante che oscillò pericolosamente, ma lo anticipò la mamma che con un gesto felino andò a piazzarsi davanti alla maniglia della porta e con la mano che le tremava, fece girare la serratura. Con l’altra stringeva il crocefisso che le pendeva dal collo reso magro dalle fatiche degli anni. La prima cosa che sentimmo in sala fu uno sbuffo di vento tiepido, poi il cigolio della porta che si aprì del tutto e la luce dell’esterno che illumino le mattonelle dell’ingresso rifrangendosi contro le pareti. L’ombra che vergognosamente la sagoma di mia madre aveva lasciato scappare via, rimanendo attaccata solo alle sue caviglie esili, si distingueva nitida, come ricalcata sul pavimento e chi la conosceva bene vi poteva leggere senza alcuno sforzo la frustrazione, l’amarezza e la rabbia che le stava crescendo in quel momento. Mio padre si era fermato ad un passo dietro di lei, con le mani strette dietro la schiena e la testa china, e per la prima volta quell’uomo mi apparve così impotente, così fiaccato da quella situazione tanto assurda quanto imbarazzante.
Lei era vestita, anzi “svestita” da togliere il fiato perfino ad un dodicenne come me con gli ormoni in subbuglio che schizzano via dai brufoli quando meno se l’aspetta. Troppo seducente per essersi trovata lì per sbaglio. Una sottana di raso nero bordata di fine pizzo le scendeva fin sopra i ginocchi bianchi e le si avvinghiava mascolinamente sui seni e sui fianchi lasciando vedere tutto quel ben di dio che si celava sotto di essa. I capelli a caschetto erano tenuti fermi da un cappellino color crema sul cui lato era fissata una farfalla che pareva talmente vera da sembrare imbalsamata, fermata lì, crocefissa, con due bottoni d’avorio. Sulle spalle candide era poggiata una pelliccia di volpe che le nascondeva gran parte del viso e che pareva soggiogarla sotto il proprio peso facendola sembrare curva e goffa. Solo le guance rosse e una bocca che da sola sarebbe bastata a far cadere ai suoi piedi chiunque, le si scorgevano da tutta quell’orgia di pelo volpino. Era scalza, e le scarpe lucide color confetto le reggeva nella mano sinistra muovendole come pendoli prima ad un lato e poi all’altro; nell’altra mano stringeva per il collo una bottiglia di whisky scadente di cui rimaneva poco più che un dito, e di cui la targhetta della pubblicità risaltava particolarmente. Mi rimase in mente: “Whisky golden eyes. Te ne innamori a prima vista” mentre una signorina sorridente teneva alto un bicchiere colmo di quel liquido color oro, sdraiata in una grossa coppa colma di pezzi di ghiaccio, e due occhi di un giallo penetrante e persuasivo si stagliavano sullo sfondo guardando minacciosamente la scena. Quella donna puzzava. Era ubriaca, e perfino i suoi abiti, la pelliccia, la sottana, la farfalla che dall’alto della sua superbia continuava a rimanere impassibile nonostante i visi cerei dei miei genitori, erano impregnati dall’acre odore dei vapori di quel whisky di contrabbando.
«Amore mio bello» rise squittendo, mentre lasciò cadere sbadatamente a terra la bottiglia del whisky che subito andò ad ubriacare il prato. «Sono ore che ti cerco per tutta la città. Ma dov’eri finito?».
La donna avanzò con un passo incerto verso mio padre fino a trovarsi ad un palmo dal suo viso impallidito. Non so come facesse a resistere al forte odore che emanava. Pareva una distilleria ambulante. Sorrise di nuovo scoprendo sotto le labbra carnose appesantite dal rossetto una fila di denti bianchi che rasentavano la perfezione. Tutto sommato era di bell’aspetto, anzi lo sarebbe stato di più se non fosse andata in giro mezza nuda e scalza e non si fosse trascinata dietro quel puzzo nauseabondo. Mio padre non aveva il coraggio di alzare lo sguardo e sfidare quello della mamma che insisteva a fissarlo con gli occhi allagati di lacrime che le imperlavano le guance con pesanti rivoli. Era furibonda dentro di se, lo si notava a distanza di un miglio, e respirava affannosamente inghiottendo la pesante frustrazione che le rifluiva di continuo su dallo stomaco come fosse vomito. La sconosciuta traballò, si inclinò leggermente in avanti e pareva quasi stesse per perdere l’equilibrio quando spalancò le braccia e si buttò al collo di mio padre che rimase impassibile.
«Suvvia, perché sei così “moscio” oggi Nick, ti manca questo?» e con un gesto rapido le afferrò il cavallo dei pantaloni e strinse. Rise, e questa volta fu un riso di gusto, rumoroso. Pareva assatanata.
Mamma non ce la fece più a reggere quella scena. In preda a singhiozzi furiosi che quasi la strozzavano si voltò e piantando i piedi rumorosamente sul pavimento in legno corse su per le scale sbattendo la porta del bagno.
La donna a quella scenata parve quasi ricomporsi. Seguì con lo sguardo quella poveretta di mia madre che si allontanava come uno sbuffo di fumo dentro casa e poi scoppiò in un’altra risata, più rumorosa e fastidiosa della prima.
«Ieri mi avevi promesso che oggi avremmo continuato quello che avevamo già cominciato, ed eccomi qui» si rimise in piedi ed allargò le braccia facendo un giro su se stessa, quasi a voler dare mostra di sé più di quanto non avesse già fatto. «E dai, mi avevi detto che io sono la tua “puttanella preferita” ed ora ti comporti come se nulla fosse, come se non ci fossimo mai visti prima. Certo che però sei proprio uno stronzo. Uno stronzo italiano, ecco che sei. E pensare che mi avevano pure messo in guardia da quelli come te». Furono le ultime parole che sentii uscire dalla bocca di quella donna. Diede un colpo con le scarpe sul pesante petto di mio padre, raccolse la bottiglia vuota del whisky e si dileguò ondeggiando tra i raggi del sole che infuocavano il selciato.
Dentro tutti erano rimasti in silenzio seduti ai propri posti; erano libere solo la sedia mia, quella di mia madre e di mio padre e quella di mia sorella. Dal bagno si sentivano echeggiare i singhiozzi della mamma che arrivavano alle mie orecchie come degli insulti, dei pesanti insulti al nome che portavo, al sangue che scorreva nelle mie vene che era lo stesso di quello schifo che chiamavo padre. Avrei voluto dissanguarmi, scorticarmi per quanta vergogna stavo provando in quel momento.
E poi mi riapparve in mente, come un lampo, d’un tratto, una cosa che mi era accaduta il giorno prima. Ecco, ora tutto quadrava. Tutto combaciava come le tessere d’un triste puzzle. Il giorno prima mia sorella mi aveva detto che aveva sentito rientrare tardi quell’uomo che non ho più neanche la forza di chiamare “padre” e che le era sembrato che oltre al solito odore di alcool si trascinasse dietro anche un altro odore, più delicato, più gentile, femminile. Aveva addosso l’odore di un esemplare adulto di femmina umana. Il profumo che lei portava l’aveva tradito. Sapeva di vaniglia e tabacco.
Mia sorella quindi sapeva tutto, aveva capito quello che stava per succedere di lì a poche ore e non ne aveva fatto menzione a nessuno per non rovinare la festa a mia madre, che era l’unica che veramente avrebbe meritato di sentirsi un po’ diversa, almeno per un giorno speciale come quello. Ecco perché aveva avuto quello sguardo per tutto il giorno e pareva dall’espressione che avrebbe vomitato fuori qualcosa da un momento all’altro. Ed io che pensavo si trattasse di una sporca traditrice di quel sangue che adesso neanche io sapevo più quale onore aveva. Dopo tutto, ciò che ho detto all’inizio è solo una grossa balla. Io non sono americano, perché i veri americani con la A maiuscola non hanno i padri che vanno a puttane di notte con quei pochi soldi che riescono a guadagnarsi rompendosi la schiena a lavoro; non mentirebbero mai alla famiglia, alla moglie, ai figli per una vergogna tale che preferirebbero morire e lasciarla lì, appesa a dondolare ad una fune piuttosto che vedere lacerate le vite dei propri cari con un affronto simile; non lascerebbero mai da sola la moglie sapendo che lei è sveglia nel letto ed aspetta con le lacrime agli occhi che torni quell’uomo che nonostante tutto ha sposato anni prima nella speranza di sentirsi finalmente viva e libera.

L’America, caro vecchio mio, è per altri, per quelli che hanno un cuore vero e che hanno appese in mezzo alle gambe due palle così, non per noi che ci crediamo irraggiungibili ma che in fondo non siamo altro che falliti che continueranno ad essere sempre falliti fino alla fine dei propri giorni.

2 commenti:

  1. Un pochino lungo da digerire tutto insieme. Consiglierei degli stacchi. Dei paragrafi con titoli. Prosa efficace e suggestiva.

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  2. grazie per il commento e per i consigli

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