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mercoledì 14 gennaio 2015

La luna non è che una frittata pallidiccia (omaggio a John Fante)

Bandinedì una rubrica a cura di Davide Capuzmundi                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La stanza odorava di buono. I diversi odori che provenivano dalla cucina si confondevano con il profumo dolciastro che lasciava la mamma mentre si muoveva lievemente di qua e di là. Sapeva di rose e lavanda lei. Tutte le fragranze mi arrivavano ora prepotenti come una sberla inaspettata ora come una carezza calda che mi invitava a sognare. Certo, l’ora di cena era lontana ma il mio stomaco con tutte quelle meraviglie che tingevano l’aria di buoni odori non voleva proprio saperne di stare a bada. E giù a lamentarsi, a brontolare, a borbottare come un tegame di fagioli, il poveretto. Sembrava che non mangiasse da secoli. Ma niente, era più forte. Continuava a non voler collaborare. La mamma me lo ripeteva sempre «attento Stefano che così finirai per farti venire il mal di pancia, mangia con calma. Devi sentire tutti gli odori e tutti i sapori, già così sarai sazio a metà». Ma io di certo non mi sarei accontentato di fiutare come un cane tutta l’aria di casa in cerca dei primi, dei secondi e dei contorni. Nonostante tutto restavo lì, immobile su una sedia, e mi piaceva ascoltare tutti i rumori che provenivano dalla cucina. Prima avevo distinto perfettamente lo sbadiglio di un fiammifero che poi era scoppiato in tutta la sua vitalità. Poi piano piano arrivarono a pungermi le narici il profumo acre dello zolfo misto a quello della carta e della legna che brucia. Lo scoppiettio dei ceppi che ardono è una delle cose che ho sempre amato restare lì ad ascoltare. Ci sarei stato per ore ed ore, specialmente nei giorni gelidi come quelli in cui cacciare il naso fuori dall’uscio di casa sarebbe stato nient’altro che un azzardo. Anche se la forte tentazione di uscire a giocare a palle di neve e a fare pupazzi era davvero forte, anche più delle lamentele continue del mio stomaco. Sobbalzai quando la mamma poggiò violentemente una grande padella, annerita e con il manico quasi arrugginito, sul fuoco che sputava rosso e scintille dappertutto fuori dalla ghisa rotonda e nera. Poi il silenzio. Impossibile che tutta quella danza fosse già finita. Era strano. “Ehi donna, ma sta sera non si mangia?” avrebbe voluto gridargli la mia coscienza, come avrebbe invece fatto mio padre se fosse stato in casa e non fuori, come ogni sera a quell’ora, rinchiuso in non so quale locale, ad uccidersi di alcool, con attorno alle braccia una giovane ragazza dall’aspetto seducente e poco seria per i miei gusti. Ah! Ecco. Ora lo sento. Lo sfrigolio dell’olio bollente che piano piano si fa strada nel silenzio della stanza, accompagnato dall’odore agrodolce dell’Italia. Quell’olio mi ricordava ogni volta l’Italia. Nel verde giallognolo di quell’olio ci rivedevo la terra arsa dal sole estivo, i campi dorati che cantavano al vento di giugno, gli infiniti filari appesantiti dai preziosi frutti che si coloravano di vita giorno dopo giorno. Ormai non riuscivo ad immaginare l’Italia se non così. Per me l’Italia era così, la vedevo non a forma di stivale, come dicevano le suore al collegio, ma come un fiaschetto d’olio pieno e profumato. Ormai quel fiaschetto d’olio era l’unica cosa che potesse ricordarci l’Italia così com’era, così come l’abbiamo lasciata la scorsa primavera con le valigie di cartone, con i fagotti pieni di ogni ben di dio compreso il fiaschetto d’olio che ora mamma lo custodisce come un’urna d’oro.
Poi un “crack” improvviso, poi un altro e subito dopo altri due. Quattro uova. Poi le risate convulse della forchetta che strideva i denti contro la ciotola di ceramica, usciva e veniva riaffogata nuovamente nella mistura. La mamma stava preparando la frittata quella sera. E… splash! Giù sul fondo caldo della padella che per l’emozione di quell’incontro inaspettato s’era messa a cantare furiosamente la sua melodia di sfrigolii e sbuffi caldi. Su un coperchio e non rimaneva che aspettare. Ormai l’aria era un’orgia di odori. Cipolle, patate, un po’ di carne, l’uovo che lentamente si cuoceva. Tutto usciva da quella padella, pareva la tomba di un faraone e io l’archeologo che aveva scoperto i suoi tesori più nascosti.
Ma non era finita lì. Il bello doveva ancora arrivare, il momento in cui mia madre prendeva la padella con tutta la forza, dava un colpettino in avanti, un gesto repentino, quasi impercettibile, poi tornava indietro, e rivoltava ad arte la sua creazione per farla cuocere su entrambi i lati. Ed io non potevo perdermi quell’evento per nessuna ragione al mondo. La raggiunsi in cucina, mi appostai come un avvoltoio ad un lato della stufa e rimasi lì immobile a fissare prima la padella che continuava a sbuffare e poi il suo viso che pareva quasi in estasi per quanto fosse concentrata. Mi piaceva quando assumeva quell’espressione di autocompiacimento e di sfida e lasciava intravvedere appena appena un sorrisino d’entusiasmo disegnato sul suo volto piccolo e pallido, come la frittata che cuoceva rinchiusa in quell’inferno di calore. Ed ecco il momento giusto, lo distinguevo da come cominciava a stringere con decisione il manico della padella, da come socchiudeva un occhio rispetto all’altro e da come si teneva ben lontana, quasi per prendere la mira, dal fuoco, con le braccia ben tese. Et voilà! Un attimo e la frittata si librava in aria e ricadeva vorticosamente nella padella, esattamente al suo centro, e riprendeva a cantare con i suoi sbuffi.
Era ogni volta una visione bellissima e affascinante vedere una donna come mia madre, piccola, insicura, che si affidava spesso ai santi e li implorava di “darle la forza necessaria”, che con un’abilità degna di un giocoliere faceva danzare in aria una frittata che agli occhi di chiunque, triste, adagiata solo su un piatto, appariva sempre e solo come una frittata. Solo noi però sapevamo la verità, il segreto che lei mi aveva raccontato la prima volta che l’avevo vista fare quella magia e che ogni volta mi raccontava e continuava a stupirmi.
Messa a zittire nuovamente la padella con il coperchio, si girava verso di me, si asciugava la fronte con la manica destra della camicetta, con gli occhi socchiusi, e con un sorrisino cominciava a far ballare in aria il dito indicando il soffitto.
«Vedi, oggi io sono stata fortunata. Dovresti ringraziarmi perché se fosse rimasta là su» e continuava a sventolare il dito verso l’alto «questa sera avresti dovuto inventare una scusa bella e buona da dare al tuo pancino per non farlo brontolare» mentre divertita mi solleticava la pancia mostrandomi i suoi denti bianchi. «La prima volta che ho fatto la frittata ero una bambina, più o meno come te, e non riuscivo nemmeno a sollevarla la padella per quanto era pesante. Ci pensava la nonna a fare tutto. Rompeva le uova, le mescolava, le buttava nella padella bollente e poi, quando sentiva che era giunto il momento, la faceva girare così, in quattro e quattr’otto. Un giorno però le cose non sono andate come ci aspettavamo. Io ero lì, ferma in un angolo e aspettavo la magia, tutta un fremito, lei in piedi pronta. Impugna il manico, si concentra, socchiude gli occhi e… quando li riapre la frittata non era più lì. Non era più ricaduta!»
«Come, mamma, non era più ricaduta? Era rimasta attaccata al soffitto?» dicevo ogni volta divertito.
«No, anzi. Cerchiamo cerchiamo e della frittata neanche l’ombra. Sul soffitto non c’era, per terra non c’era, sulla stufa nemmeno. Lei in un attimo aveva cambiato espressione ed era rimasta fissa verso la finestra. Io invece mi sentii davvero triste, ricordo, perché quel giorno non avevo avuto la magia che volevo. Allora lei mi prese in braccio, mi portò alla finestra, che era aperta e lasciava entrare le luci della notte e il vento tiepido, e mi disse “cara Maria, oggi la magia a me non è riuscita, ma se vedi lì su ti accorgi che è accaduto un vero miracolo. La frittata è arrivata fin su al cielo, quasi fino alle stelle, e adesso è brillante e bella, vedi? Così tutti potranno vedere come sarebbe uscita bella e rotonda oggi la nostra frittata”. Quindi se vedi su in cielo la luna che come sempre ti sorride con le sue macchie scure, ricordati che quella era la frittata mia e della nonna che era andata a finire lì, e quelle macchie non sono altro che le bruciature che aveva fatto la padella su di essa. Ecco perché io la copro ora con un coperchio, per paura che non scappi di nuovo».
Sorrise di nuovo. Mi prese per le spalle, mi diede una piccola scossa e mi strinse forte a se. Profumava ancora di rose e lavanda.
Quando si rialzò scoperchiò quel marchingegno infernale e un vapore denso usci rapidamente librandosi nell’aria intrisa di mille fragranze. Dentro la padella la frittata troneggiava. Era la padrona indiscussa della stanza, con il suo colorito regale, con il suo gonfiore che continuava a sbuffare vapore, con la superficie dorata alla perfezione. La mamma prese un piatto e ve la fece scendete lentamente sopra. Pareva una donna vestita di giallo che stanca si va ad adagiare sul suo letto bianco per poi rimanere così, immobile, sbuffando appena.
Era buio fuori, la neve fioccava lenta e il freddo del Colorado mi entrava fin dentro le ossa. Lo conoscevo bene ormai quel freddo. Conoscevo bene i raffreddori e i malanni americani, nonostante fossi stato temprato sulle brulle montagne abruzzesi.
Il chiavistello della porta cigolò e si mosse. L’aria gelida si fece strada nella stanza fino ad arrivare alle mie caviglie che tremarono. Anche mamma fu scossa da un fremito e dal suo viso sparì la leggerezza e il sorriso che l’avevano accompagnata fino a quel momento. La figura possente di mio padre, con la neve sulle spalle e sui capelli neri come il carbone, si fece avanti nel silenzio più totale che ormai regnava nella casa. Quando la luce lo illuminò notai che aveva il viso rosso, livido, ubriaco fino al collasso, gli si potevano distinguere alla perfezione i capillari che gli si ramificavano sulle guance e lungo il collo che pareva una corteccia per quanto fosse secco dal freddo. Lo accompagnava il solito puzzo di whisky e di sigari. Ci guardò, non disse una parola e si andò ad ammucchiare come un sacco di farina sulla prima sedia che trovò. Mia madre ancora con il piatto con la frittata in mano lo rimase a guardare con gli occhi persi e con velata in viso una tristezza che le partiva dal profondo. Posò il piatto al centro del tavolo e si sedette. Lui alzò lo sguardo e lo andò a piantare come un coltello appuntito sulla frittata che ormai s’era quasi freddata.
«Che cos’è quella?» chiese senza distogliere lo sguardo dal piatto. Pareva posseduto.
«Oggi è l’ultima domenica del mese, e come ogni ultima domenica del mese ho preparato la frittata».
Mio padre si alzò barcollando dalla sedia. Si erse in tutta la sua possanza e quasi pareva un gigante con a fianco mia madre. Sapevo già che stava escogitando il modo per litigare anche quella sera, e gli effetti inebrianti dell’alcool di certo non l’avrebbero aiutato a ragionare. «Ah bene, adesso ci mettiamo a fare la frittata. Non ero stato chiaro il mese scorso quando ti avevo detto, idiota di una donna, che la frittata non dovevi più prepararla? Ma sai che con quello che costano le uova in questa stagione, per fare una frittata mi hai fatto spendere un patrimonio. Sciocca!». I due si fissavano. Gli sguardi si compenetravano, solo che quello di mia madre era vuoto e brillava dalle lacrime che andavano accumulandosi attorno alle sue ciglia, rassegnato, quello di mio padre con un velo di stanchezza, di sonno, ma sempre severo e duro come il suo cuore. Pareva che ormai fosse diventato anche lui dello stesso calcestruzzo con cui lavorava ogni giorno. Non aggiunse altro. Prese il piatto in mano, si avvicinò alla finestra e la spalancò. Il freddo e la neve che vorticava fuori si intrufolarono prepotentemente nell’ambiente caldo e silenzioso. Tutto pareva tranquillo ora. Guardò per l’ultima volta mia madre che si era seduta e con le mani si stringeva la fronte comprendo le lacrime che le colavano giù come goccioloni -si vedeva era distrutta quella povera donna- e senza guardare nemmeno fuori gettò la frittata con tutto il piatto che si andò ad infrangere sul marciapiede. Fu il suono di cocci in frantumi l’unico suono che si avvertì. Poi il calpestio di un cane che furtivamente si avvicinò e addentò la frittata, poi più nulla.
Fuori erano rimasti solo i cocci sporchi che lucidi riflettevano la luce dei lampioni elettrici che guardavano attoniti la scena dalla strada.
Quella notte, stranamente, la luna non brillava in cielo.

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