prima pubblicità

sabato 26 dicembre 2015

2 gatti

due gatti tengono la natura
su cumulo di sassi
e nella loro altura
sono un brontolio di sguardi

però loro possono vivere nei balzi
però loro possono graffiare i nemici
tornare a preda come i sangue primi
e magari legarsi a un altra vita
senza mai forse chiederselo
quel deserto aguzzo di vetro

che ogni vivere ha dentro

giovedì 13 agosto 2015

#1

Prega la madre
ora filo tagliato
gesti di carrozze nella notte

poco fiato
per gridarlo
l'orrore...
si sveglia di notte
soprassalto
cosa ricorda?

Se non un mucchio d' ombre
quelle che sono la porta
per dove forse
dormono le risposte


mercoledì 25 marzo 2015

Dove vanno le canzoni

Come fanno a cadere le canzoni?
ho bisogno del vento nei polmoni
e chi le raccoglie?
le mie note...

in questi secoli scarsi
in questi anni a passarci
nel tuo specchio massacrarci
io respiro dove non respirano gli altri
perché ho conosciuto te
e le vertigini dell'arte
e non muoio più
ogni volta me lo insegno
che non muoio più

ma non è cosi
cadono le canzoni
le vetrine sono sgonfie
e io c'ho la morte nei polmoni
perché non serviamo più
a questo cosmo
e non mi salvi tu
anche se in te c'è la bellezza che ho nascosto

e come fanno a cadere le canzoni?
sono cose del cielo
e se cadono e se le trovo per terra te le porgo
ma qui da noi non servono a nulla
non cambiano il vento
non legano il sangue
passano via
nulla d'importante

mercoledì 4 marzo 2015

IO SONO LA CICALA

Bandinedì una rubrica a cura di Davide Capuzmundi 


Che cosa straordinariamente misteriosa è la bocca umana. E l'associazione bocca-stomaco lo è ancora di più. Ha in se, questo binomio, già il paradigma del mistero. Mi diverte sedermi, ritagliarmi un posto appartato in un caotico lato di mondo ed osservare con curiosità infantile quanto di più curioso e bizzarro accade intorno a me. La storia che voglio raccontarvi oggi prende le mosse proprio da un tavolo, una sedia, rumori di stoviglie che cozzano tra loro e si spintonano e dalla babele indistinta di chiacchiere che fanno centinaia di formiche tutte insieme. Si, avete capito bene. Quello che poteva sembrare a prima impressione un magnifico trattato sull'odontostomatologia è invece una stupida storiella in cui troviamo come protagoniste formiche che parlano. Tutto ha avuto inizio un giorno come un altro in una mensa affollata di Sotterranea, un'intricata e indistinta rete di fitti cunicoli che portano a un non so dove. È il mondo delle formiche. La vita lì si svolgeva nella solita pazza frenesia che a tratti può sembrare essere la banalità quotidiana ma quel giorno no. Quel giorno, e ormai anche voi lo sapete, qualcosa stava per accadere. Dicevo. Siamo in una mensa illuminata da freddi neon di Sotterranea e qui a fare da padrone sono le stoviglie che si spintonano e le posate che scavano nei piatti come se non vi fosse un fondo che li divide dal piano freddo del tavolo. Centinaia di bocche affermano ogni briciola, non lasciano cadere nulla. Aspirano ogni odore nell'aria per non lasciare nemmeno quelli a chi invece vorrebbe solamente far cibare l'immaginazione e sognare non so quali particolarità culinarie. Insomma, quelle fauci divorano tutto con avidità. E poi, al suono dell'ordine che squilla nell'aria ormai derubata di ogni odore, tutti si alzano e in fila lasciano quel luogo indirizzati ognuno verso il proprio cunicolo, ciechi, guidati dalle sottili vibrazioni delle loro antenne attente. Io rimango lì invece, seduto. Finalmente il mio piatto ormai freddo riesce a soffiarmi in faccia l'odore spento della salsa al pepe che protegge come una sottile pellicola opaca le fettine di manzo che rimangono indifferenti a fissarmi dal basso. Una voce alle mie spalle richiama la mia attenzione ormai persa tra i grani di pepe della salsa. "Ei tu, sgorbietto, hai ancora molto  da fare? Vuoi aspettare che marcisca quella fettina? Su che non ho tempo da perdere". È l'addetto alle pulizie che gratta il pavimento con la sua ramazza consumata e si avvicina a me gettando davanti a sé tutte le immondizie che si porta avanti, spingendole a forza con la scopa, fiero, come fossero il suo personale bottino  di guerra. Si appoggia al tavolo con un fianco, mi fissa e mi fa dono di un eloquente gesto con la mano che mi invita ad andare via. Allora mi alzo, deposito il mio vassoio sul nastro vuoto che però continua a girare e ad essere inghiottito dall'ingordo foro del tunnel che porta alle cucine, e lo pianto lì, ancora in compagnia della sua scopa, abbracciato a quello spigolo del tavolo. Non mi giro neanche appena, dopo avermi sbeffeggiato per l'ultima volta con uno sbuffo lasciato uscire con un sogghigno da un lato della bocca, riprende a grattare il pavimento con la solita spenta monotonia dei suoi gesti. Ma che mai avrà voluto  dirmi con quell'espressione? Perché mi ha chiamato "sgorbietto"? Certo, non avrò le antenne come le sue, gli occhi grandi, neri, lucidi e sempre attenti come i suoi, le fauci affilate e pronte ad afferrare e distruggere come le sue. Io ho però un paio di ali spiegazzate, trasparenti, nascoste sotto il mio zaino, e nessuno questo l'ha mai scoperto, due ali che spero un giorno di usare in qualche modo... Ma che succede!? Sta tremando tutto! Il soffitto in un attimo prende il posto del pavimento adesso di nuovo impolverato e pieno di macerie. Il mondo in un momento si capovolge. Ciò che era su adesso crolla, precipita verso il basso. Una voragine ingoia tutto, tavoli, luci, piatti che si schiantano in un boato nel vuoto,  scopa,  addetto alle pulizie. Tutto. Ogni cosa precipita verso il basso. In centinaia si disperdono in un'eco assordante e rovinano nel buio. Poi il silenzio. Sono completamente solo e attorno a me vedo solo luce. Riapro gli occhi e sotto i miei piedi il nulla. tutto appare così lontano. Una strana luce, accecante, non fredda ed eterea come quella dei neon, riscalda la mia pelle, e uno strano soffio profumato asciuga le gocce di sudore che imperlavano il mio viso. Adesso un ronzio mi culla, un ronzio mai sentito prima e una forza mi spinge in alto, mi fa sentire uno strano brivido lungo la schiena. Sto volando e quel ronzio viene proprio da me, dalle mie ali che adesso spiegate, non più gualcite, splendono e riflettono quella luce. Capisco che quello che avevo vissuto fino a quel momento era stato solo un brutto ricordo perché il vero mondo,  il mio mondo era lì,  era quello, perchè ero finalmente libero. Certo che qui, anche se solo, non potrei mai piu sentirmi diverso, nessuno saprà farmi sentire così, e intanto dimentico la tristezza provata fino a quel momento. capisco solo ora che loro volevano che io mi sentossi diverso perchè possedevo nascosto in me qualcosa di speciale. Riesco a planare su un ramo. Da solo, in un cantuccio, mi accovaccio e, mentre guardo all'orizzonte quella luce che piano piano si fa sempre più rossa e scompare dietro una linea scura, lascio cantare la mia anima.

martedì 3 marzo 2015

A Latiano

A Latiano, a Latiano la provincia chiude tardi 
 e i bar sono vuoti ma pieni di altri 
 e come edera nera faccio per agitarmi 
a Latiano, a Latiano i nostri vent'anni ci sono rimasti

poco dopo la piazza intatti in fila i tuoi sguardi
 na processione morta di notte dove vengo a guardarli
 come faccio a collegare a trovare un astronave 
 che mi porti da te che mi porti a Latiano

quando ormai tu sei persa nel vento e tira lontano
 quando tu ormai soffi nel tempo e sprofonda Latiano


rimarranno solo due canne accese 
 che fanno luce come due stelle 
 nelle notti di sto paese

mercoledì 25 febbraio 2015

RAIN, I HATE YOU (Bandinedì una rubrica a cura di Davide CapuzMundi)

Cosa ha la pioggia di così sentimentale, di così unico, di così magico da spingere le persone ad annusare l'aria fredda fuori dalle proprie tiepide case, questo credo che non arriveremo mai a comprenderlo fino in fondo. Soprattutto la pioggia che cade prepotente dalle nuvole minacciose e gonfie d'odio che evapora dalla pelle sudata delle persone che popolano la terra. Questa non è più la pioggia limpida di un tempo. Non c'è più spazio nelle singole gocce che la compongono per i riflessi dei sentimentalismi dei ragazzi che si amano e che si baciano contro le porte della notte, per un bacio inaspettato ad un ragazzo mascherato appeso a testa in giù o per ballare in impermeabile su un marciapiede fradicio attaccati ad un lampione indifferente. Tutto questo è, mi si passerà lo squallido umorismo anglosassone, acqua passata. Si perché adesso questa pioggia che cade è una pioggia che porta in sé tutto lo sporco del mondo. E per sporco più che in senso letterale, materiale, mi riferisco ad una sporcizia caratteriale, una sporcizia che riflette l'umanità nella fase terminale della propria esistenza e che ormai comincia a sentire l'olezzo di tutte le sue piaghe infette. Bene, dicevo, questa pioggia è unta. Avete presente l'olio esausto che i meccanici spurgano fuori dai veicoli, o l'olio marrone nel quale i fast food,  che sono sempre più "fast" per riuscire a stare al passo di questa società e sempre meno "food", affogano chili e chili di bastoncini di patate al giorno? Si, esatto. proprio quella sostanza rancida che odora di pesce in decomposizione. La pioggia adesso è come quell'olio. Si spalma sui visi, sulle mani nude, sugli abiti, entra nelle ossa fino ad ancorarsi a quel soffio di anima che ci è rimasta. È una malattia vera e propria, e il contagio è inevitabile quando dei grigi e noiosi borghesi decidono di lasciarti sgocciolare il proprio ombrello sulla scarpa. E questo non è nulla se non fosse che ad ogni fermata, sobbalzo,  singhiozzo dell'autobus i loro cappotti imbevuti di tutto quel distillato d'odio impregnano anche il tuo che eri riuscito trionfalmente a tenere asciutto fino ad allora. Avviene così il contagio e, come si dice,  da odio nasce odio ed eccomi qui seduto ad elencare come in un ologramma che si allunga davanti ai miei occhi tutti quelli che odio di più al mondo o le situazioni più odiose che mi siano mai potute capitare. Così riemergono loro, tutti uniti attorno ad un falò alimentato dal loro stesso orgoglio: i professori più stronzi che abbia mai avuto il piacere di incrociare, seppur solo per un attimo, su questa faccia della terra. Poi vedo altre sagome che paiono morte in sarcofagi fatti con pile e pile di scartoffie che attendono, impassibili, con un numerino nella mano stesa verso uno schermo a led che però è spento. Se guardo bene vedo anche una sagoma seduta, di spalle, sembra una ragazza. Fa per voltarsi e... Mio dio! Ha il viso completamente coperto di scritte nere, marcate a fuoco sembra, e un naso simile al becco di un tucano. Davvero sconcertante.  Ah ecco, ma non è sola! Non è mai sola infatti... Ai suoi piedi ha due scatole piccole piccole colorate dalle quali escono due teste,  altrettanto piccole piccole,  che dondolano e dondolano dall'alto delle proprie molle arrugginite e mi ricordano vagamente le testoline dei suoi genitori. Che trittico davvero simpatico di testoline e di nasi prominenti. Me ne ero quasi dimenticato il ridere che mi facevano, e la pena. Odio chi ruba le biciclette, chi vende biciclette rubate e chi, spacciandosi per legale, ruba il prossimo vendendo biciclette ad un prezzo improponibile: questo è un modo di ladri di biciclette. Odio la luce fredda dei neon, la raccolta differenziata,  il tubetto del dentifricio che è la cosa più difficile da spremere fino in fondo,  ancor più delle meningi atrofizzate di un bambino obeso che vive la propria vita come fosse un videogioco, e spero vivamente che sia della serie sparattutto. Odio il ritardo, odio la Fanta e odio le fontane che riecheggiano agli sbarchi alieni sulla terra. Per questo si, odio anche te Spielberg, te e i tuoi maledetti alieni dal collo che si arrapa. Insomma il mio odio verso il mondo cresce paurosamente ed esponenzialmente fino a che un bagliore si fa strada tra i miei pensieri. Guarisci Davide! Una voce mi sussurra da lontano, come un fischio insistente nelle mie orecchie. Guarisci!... E allora tra i miei pensieri si fanno strada tutti i fili più belli e preziosi  che hanno intessuto la mia vita. Quella voce è della mia Arianna che tiene in mano le matasse e lascia che io ripercorra quei fili. E allora, come si dice, da cosa nasce cosa e metto da parte tutto quest'odio per lasciare il posto al ricordo del sorriso di mio nonno che sgrana le carte dal mazzo napoletano come se fosse un rosario, agli occhi lucidi di tutte le donne importanti della mia vita che sono riuscito a commuovere anche solo con uno sguardo. Mi rivengono in mente le nottate passate nascosto sotto il fascio polveroso della mia abatjour per divorare un libro, quelle passate nascosto sotto i raggi delle stelle tremolanti cucite sul nero eterno e quelle passate sotto la luce arancione di un lampione con gli altri miei due frammenti di anima adesso così lontani da me quanto vicini nel mio cuore. Ripenso, come ogni giorno, ogni attimo, a chi è lì poco più a nord est di me ed è riuscito a svegliare la mia anima più nascosta ed ha percepito il tremore nel mio petto. Ricordo le altre cose belle e forti che nutrono la mia vita, la cioccolata,  la coca cola, e i sorrisi di chi mi sta attorno e ripenso alla pioggia che fuori continua a picchiare sui vetri freddi. Capisco che il vero odio va verso quella pioggia sporca, quella malattia che macchia ogni spirito fragile. Mi spoglio, metto ad asciugare i panni umidi al cardo dei termosifoni e sotto il getto bollente della doccia lavo via da me ogni macchina di unto. Il sonno penserà al resto.

giovedì 29 gennaio 2015

Quando cadiamo non ci sente nessuno

Quanto è bello essere un microbo, un fastidiosissimo e crudele batterio.
Precisamente sono un vibrone, per chi non lo sapesse un batterio a forma di virgola.
Sono la peggior cosa della terra, un essere così insignificante che nessuno vede, così tanto piccolo che per il resto del mondo neanche esisto.
Si perchè questi uomini, tutti vestiti con i jeans e la camicia, mi ignorano, vivono la loro vita senza pensare o immaginare che io gli sto guardando.
Che magari sono proprio vicino a loro, in uno scaffale di un supermercato o su una tavola da pranzo.
Non è per lamentarmi, ma rimanere soli non è bello io cerco solamente un po' di compagnia, ma loro se infischiano di me, per loro io non esisto e se esisto sono una brutta cosa.
La medicina fa tanti progressi questo è vero, sempre nuovi antibiotici, pasticche e cose simili eppure noi esseri insignificanti siamo sempre in circolazione.
Magari ammazzano tanti miei simili con le medicine, altri si proteggono facendosi un vaccino, ma noi sempre è comunque ci siamo.
Ed è una cosa assurda, perchè come fanno ad esserci delle cose, degli organismi così microscopici che l'uomo neanche vede.
Chissà se c'è qualcuno che mi pensa, ad un povero vibrione che cerca casa.
Io vorrei la pace, non scherzo saranno anni o forse secoli che chiedo di farla finita con questa assurda guerra, vorrei che la gente ci riconoscesse, non dico che dobbiamo essere alla pari di un essere umano, ma almeno che ne so a livello di un criceto o di un piccolo pappagallo.
Che ci dessero almeno la nostra gabbia, che ci alimentassero e ogni tanto, ci potrebbero anche dare qualche carezza.
Ma invece noi siamo troppo piccoli per fare rumore quando cadiamo, se io muoio, se io non esito non cambia nulla.
L'universo continua a mangiarsi tutto, gli uomini continuano ad amare e a dormire e io a non esistere.
Allora sai che ti dico, ne ho puntato uno di bastardo, un tipo sulla trentina con i capelli tutti imbrillantinati.
Sono già da due giorni che lo seguo ed ora gli salto addosso, mi trovo precisamente sulla sua lingua, ora nella sua saliva, ora sono un batterio in una bolla di sputo.
Lo so che fa strano dirlo ma stare dentro un sputo è fantastico, qui è tutto trasparente ci sono tante bollicine e tutto sembra passare lentamente.
Poi la saliva mi sta di certo più simpatica dell'essere umano, una instancabile lavoratrice che però viene trattata con ripugnanza.
Io e la saliva siamo quello che si dice una causa persa, dello schifo che non viene calcolato.
Ma oggi io e la saliva ci ribelliamo, facciamo una vera è propria rivoluzione, contro il potere, contro il capo che sempre e comunque è più forte ed intelligente di noi.
Ma per una volta un microorganismo come me, talmente piccolo che il cervello probabilmente nemmeno ce l'ha si ribella al capo.
Do uno strattone a questo pezzente di essere umano, un bastardo che sempre è comunque quando tu parti lui è già arrivato.
Quindi passo tra i vari organi, mi inetto nelle cellule e me ne sto lì a covare tutto ciò che insignificante c'è dentro di me.
Così anche questo trentenne con il ciuffo avrà dentro di sé una cosa insignificante, che piano piano lo infetterà tutto, facendo diventare insignificante ogni suo piccolo centimetro.
Ora io me ne sto qua per un po', nascosto dagli antibiotici e dall'occhio troppo curioso del medico.
Aspetto ad occhi chiusi, aspetto di morire.


mercoledì 28 gennaio 2015

Senza nome (Bandinedì una rubrica a cura di Davide CapuzMundi)

Appare girando l’angolo
Il forestiero senza nome,
che mi osserva scrutandomi
e mi parla con un accenno.
E dice cose che mai i miei
pensieri hanno saputo di
possedere, di saper cogliere,
nella moltitudine increspata
dei ricordi di passati amori,
che ancora fanno male
nel mio petto di cartapesta.
Ma il forestiero senza nome
di questo non ha timore.
Entra nel mio sguardo e ci lascia
una scintilla di speranza,
una scintilla d’amore.

venerdì 23 gennaio 2015

23 anni

C'è questa sala da ballo
invitati divertenti e stronzi
stronzi e divertenti/TIC TAC/
l'armonia/muovi il piede a tempo/
"la sua signora"/sanno starci al mondo/
non come noi/disperati e un po' cosi/.                                                                                                                                                      
E c'è questa sala da ballo/
invitati stronzi e divertenti/divertenti e stronzi
/TIC TAC/mi stringe la vita/non la vedi la catena/
"lei è un teschio monsieur"/
 le dirò mia nonna ha campato sei figli/
e poi è finita nella pietra/murata al freddo/.                                                                                        
E se mi dai la mano io te la stringo/
e se mi dai lavoro io un po' fingo/                                    
Quel che importante per essere uomo/
c'è parecchia luce/c'è parecchia estate sta sera/
ma non ti accorgi/non lo vedi quel timer/
quell'ombra che un po' ti spia e un po' ti scopa/
che aspetta solo un freddo di più su per strapparti via la bocca/
e ficcartici una croce sopra/

mercoledì 21 gennaio 2015

VITTORIO – Parte prima

Bandinedì una rubrica a cura di Davide CapuzMundi                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         «È meraviglioso tutto questo, Vittorio» continuava a ripetere. 
L’aria gelida le entrava nelle narici, le scendeva giù per la gola umida e le pungeva i polmoni intirizziti, malati. Quel tramonto l’aveva visto un milione di volte ed ogni volta invece riusciva sempre ad emozionarsi nuovamente. Era una di quelle sensazioni viscerali che non riusciva a spiegare. Saranno state le tinte diverse, le sfumature diverse, gli attimi diversi passati veloci come le persone che le stavano sempre di fianco, mai le stesse, fatto era che ogni volta le si stringeva un groppo su per la gola per l’emozione e gli occhi le cominciavano a brillare. 
«Ed ogni volta ringrazio Dio perché ci sei ancora tu al mio fianco, tu che mi hai dato più di chiunque altro».
Certo, e come mai avrebbe potuto distaccarsene, si chiedeva sempre lui. Quella ragazza ormai aveva affondato le sue sottili dita all’interno del suo petto e senza pietà alcuna gli aveva portato via il cuore senza che potesse accorgersene, un giorno come quello, caldo però, un giorno di qualche mese prima, in estate, quando ancora l’aria profumava di albicocche.
Allora le acque del lago che era sotto di loro erano piatte e calde, e riflettevano perfettamente, come uno specchio appena terso, gli ultimi bagliori rossicci del sole che andava nascondendosi lentamente dietro le cime nere delle montagne. E loro, come adesso, erano lì, insieme. Non sulla terrazza però. Erano giù, sulla riva del lago e le piccole onde andavano ad infrangersi sulle piante dei poro piedi solleticandoli leggermente. 
«E così tu sei un poeta?», diceva lei riuscendo a trattenere appena un sorriso nascosto dietro ai denti perla. «E dimmi, “poeta” come mai tu non sei partito per la guerra come mio padre e mio fratello, invece? Loro avrebbero avuto bisogno di un “poeta” o di qualcuno che scrivesse per loro perché da quando sono partiti per il fronte non ci hanno fatto arrivare nemmeno uno straccio di lettera. Io e la mamma ormai li sogniamo tutte le notti».
«Io sono stato in guerra». Mentre lo diceva pareva incantato, aveva lo sguardo fisso sul disco rosso del sole che lo sfidava dal lato opposto. «Ti assicuro che se non scrivono è solamente perché non riescono a trovare le parole giuste per raccontarvi quello che stanno vivendo senza farvi soffrire. Non hanno bisogno di un “poeta” ora che sono lì, avrebbero solo avuto bisogno di non andarci per niente in questa maledetta guerra!» Adesso il suo sguardo era basso, fissava i ciottoli che proiettavano le loro lunghe ombre sottili su di lui. «Vedi, neanche io quando ero lì riuscivo a scrivere nulla. Nulla. Era come se tutti i miei pensieri fossero stati polverizzati. La guerra non è fatta per gli uomini, non è fatta né per me né per te né per loro, tuo padre e tuo fratello, perché siamo tutti noi i veri poeti!... perché crediamo nelle piccole cose della vita, quelle che ci meravigliano, e la guerra ci incatena, ci fa schiavi». 
Rimasero entrambi qualche istante in silenzio. Saranno stati una manciata di secondi, o addirittura qualche minuto, non importava. 
Lui le prese la mano fredda. Lei trasalì appena. «Andiamo a fare l’ultimo bagno della giornata, dai» e le sorrise. D’un tratto si fece improvvisamente sera. Pareva che tutto intorno a loro si fosse fermato e fosse stato inghiottito da un’altra dimensione. Adesso non si capiva più dove finisse la linea dell’orizzonte del lago e dove, in lontananza, iniziassero le montagne. Le rive erano diventate un tutt’uno con l’acqua scura. Si distinguevano soltanto, nel silenzio, i loro giochi misteriosi nell’acqua. Una cicala non troppo distante si attardava ad osservare il cielo stellato che pareva distorto dall’afa estiva e suonava per loro la sua litania stanca. 

lunedì 19 gennaio 2015

Rubrica fotografica a cura di Davide CapuzMundi

questi stramaledetti orologi fascisti/su rotaie lucide cerco sogni già visti/ma non trovo nel buio che ricordi/aspetto/.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       cliccare qui per leggere l articolo "questi orologi fascisti"                                                                                                                       http://lafilosofiadeglialieni.blogspot.it/2015/01/questi-orologi-fascisti.html

domenica 18 gennaio 2015

Un mostro in parlamento

Alcune volte nella vita succedono cose strane, degli eventi così insoliti che ti fanno rimanere a pensare per un bel po'.
Come quello che è successo oggi in parlamento, davanti a tutti i signori che amministrano i nostri soldi e i nostri sogni.
Oggi nel palazzo del potere, uno dei tanti parlamentari durante uno dei soliti discorsi del presidente del consiglio ha cominciato ad attirare l'attenzione su di se.
Un parlamentare, un vecchio con la faccia appagata dal benessere che gli dona il suo conto in banca, ha iniziato a fare dei versi.
Del tipo ug, ahhhh, ohhhh roba simile e tutti sconcertati dal presidente della repubblica ai suoi colleghi hanno cominciato ad additarlo.
Il parlamentare continua sotto l'imbarazzo e la disapprovazione generale, un collega lo invita a tacere e a mantenere il giusto decoro.
Ma lui niente, anzi si alza in piedi e inizia a tossire con forza.
La faccia del parlamentare si riempe di perline di sudore che brillano come piccoli diamanti sotto la luce emanate dalle milioni di lampadine appese sul soffitto.
<<Se ha qualcosa da dire, lo faccia pure>> interviene il presidente del consiglio con l'espressione di chi ha sotto controllo ogni cosa.
<<Certo che ho qualcosa da dire, si è qui per parlare giusto? Qui si discute, qui si pensa a cosa decidere>>.
<<Allora dica>>.
Il parlamentare da un colpo di tosse, chiude gli occhi e solo dopo qualche secondo gli riapre.
Nell'aula si respira un'aria pesante, di quelle cariche di tensione che a tratti sfociano nel comico.
Il parlamentare prova a parlare, qualcosa la dice, ma non è una frase ben assemblata ma solo un altro grottesco verso.
Tutti i presenti nell'aula si scambiano sorrisetti e battutine divertite, tutti pensano che la carriera del loro collega è oramai finita dritta dentro il cesso.
Ma il parlamentare ha qualcosa in servo per tutti, un miracolo che si portava nel taschino probabilmente già da molto tempo prima.
Si mette le mani in faccia ed inizia a tirare, tira così forte da conficcare le unghia nella pelle, alcuni iniziano a mormorare dopo qualche istante cominciano ad urlare.
Tutta la pelle che copriva il cranio del parlamentare è stesa come un panno al sole sulla lunga scrivania che si trovava davanti a lui.
Assurdo ma dietro quella pelle non si nascondevano né muscoli né ossa piatte, ma solo squame e pelle lucida.
Un mostro in parlamento.
I guardiani che sorvegliavano le porte del parlamento si strappano anche loro la pelle è diventano anche loro dei mostri che bloccano il passaggio a chiunque voglia fuggire.
Il parlamentare o meglio il mostro che per primo ha mostrato il suo volto scende le scale che portano al pulpito dove parla il presidente del consiglio.
Mentre scende si strappa la pelle dalle mani come fossero due guanti, facendo intravedere il suo unico pollice azzurro.
Le urla volteggiano per la stanza, alcuni illustrissimi politici si buttano per terra è cominciano a piangere, altri invece cercano solo un modo per andarsene via.
Il mostro raggiunge il pulpito, il presidente del consiglio lo guarda impietrito e gli lascia il posto.
Il mostro sale sul pulpito e per un attimo guarda tutto il parlamento dal punto di potere.
Avvicina le sue labbra viola e screpolate al microfono e con una voce stravagante e per nulla umana comincia a parlare.
<<Vi prego di concedermi la vostra attenzione voglio scambiare con voi solo qualche battuta>> dice il mostro che già dopo la prima parola ha tutti gli occhi puntati addosso.
<<Mi dispiace che mi guardate così, in fin dei conto vi ho solo fatto vedere cosa ho sotto la pelle, forse anche voi avete una faccia simile alla mia è solo che non avete il coraggio di affondare le unghia.
Comunque non voglio essere noioso, ci tenevo a dire solo un po' di cose.
La prima è che il mostro sono io e non siete voi, perché voi siete semplicemente ciò che siete, dei bellissimi esseri umani che nascono, si affannano e muoiono, che vivono perché gli è capitato.
Poi ci tenevo a dirvi anche che tutto finisce e credo che sia buona cosa accorgersi che avete già cominciato.
Infine vi volevo dire che questa è una protesta e le proteste le possono fare solo i mostri>>



sabato 17 gennaio 2015

Nella vita ho sempre fatto il tifo per chi perde

E mi hai visto perdere tempo/perdere i capelli e le chiavi/e prendere tempo/aver paura di scegliere/.                                                                                                                               Aver paura di essere/e poi decidere cosa?/quali fargli uscire dagli armadi/questi quattro sbiaditi fantasmi/o poco prima che mi chiami per svegliarmi/che avevo il successo e te e voglia di.../.       E ci vogliono le palle per perdere/più o meno da sempre/e non è più colpa dell'acne/ma poi provaci tu/a nascere a dicembre/e che sia un po' di sole questa canzone/per quelli che inciampano continuamente/che possa essere Hinault o Chopin/uno come te/uno che non s'arrende/

giovedì 15 gennaio 2015

Mia madre non crede in Bukowski


Inizio a sudare, così tanto che oramai anche le mutande sono completamente bagnate.
Gli occhi mi fanno male, sembrano due zavorre conficcate nel cranio, la testa mi pesa così tanto che sono costretto a piegarmi in avanti.
Lo sento già l'odore del vomito che si fa strada lungo lo stomaco, ora è già nella trachea e scalcia come un bambino nella pancia della madre.
Una giornata di quelle male, che te le ricordi solo perché le cose che fanno schifo ti rimangono curiosamente impresse nella mente.
Lo stomaco brucia, il soffitto ha preso a girare e sembra quasi prendermi per il culo.
Qualcosa mi si muove tra le braccia, principalmente negli avambracci proprio vicino alle vene.
La nausea oramai è una nuvola che volteggia sul soffitto della mia stanza, mi guarda dall'alto con lo sguardo di chi si sente superiore.
Beata nuvola, lei si che se la gode è solo un ammasso di fumo, un ammasso di tutti gli aliti della gente che si condensano in cielo.
Fatico a respirare, forse tutti i sogni che ho fatto in questa cameretta ora volteggiano per la stanza e piano piano mi stanno entrando in bocca, riempiendomela, impedendomi di respirare.
Assurdo i miei sogni e forse anche i miei incubi che mi vanno di traverso.
Sto male per davvero, lo stomaco brucia, le labbra si sono arrossate e in più ora sto sentendo anche un assurdo formicolo sotto i piedi.
Ma quello che mi preoccupa di più è il vomito che spinge per uscire, sembra un getto d'acqua potentissimo che si sta portando via con se tutte le cose che ho dentro.
La bocca mi si apre il vomito è pronto a fuggire dal mio corpo.
Ma è strano e anche terribilmente doloroso, un testa sta uscendo dalla mia bocca.
Si, si una testa ho detto, chiudo gli occhi e sopporto il dolore, piano piano inizia a uscire una persona vera e propria.
Anzi che dico una ne stanno uscendo due, la paura mi assale, forse sto impazzando, forse davvero questa volta me ne sono uscito fuori di testa.
Per terra ci sono i due uomini che ho vomitato, in preda al terrore mi butto contro il muro.
Non ci credo, non ci posso credere io conosco quei due uomini.
Uno è basso, con la barba e con l'aria da ubriacone, l'altro è un uomo gracile con i capelli neri e porta un goffo taglio fuori moda.
<<Coglione dovremmo essere noi a scappare da te.
Sai che bellezza stare tra le tue costole tutto quel tempo, dai adesso portami una birra che magari ti perdono>> dice l'uomo barbuto.
<<Chi siete?>> Faccio io con la voce tremante.
<<Ma chi sei tu? Noi due abbiamo fatto storia, abbiamo fatto arte che ti pensi che siamo due coglioni qualunque? Magari Franz lo è, se ne sta sempre zitto, lo scemo.
Ma io sono Charles Bukowski il grande scrittore>>.
Io mi sento svenire, forse è tutto nella mia testa ma cavolo è tutto così vero.
<<Mi vorresti far dire che lui è Kafka e tu sei Bukowski? Che ci facevate dentro di me?>>.
<<Giuro che non lo so hai una faccia così da stronzo che davvero non ti so dire il perché, ma certe cose capitano, alla fine non stavamo dentro di te>> fa Bukowski.
<<Come no?>>.
<<Ci eravamo nascosti>> interviene Kafka.
<<Nascosti? Da chi vi nascondete? Ed io che vi parlo pure sto impazzendo, sto impazzendo!>>.
<<Si stai impazzendo, te lo assicuro, ti porteranno al manicomio>> dice Kafka.
Non ci capisco più nulla, magari è la volta buona che capisco tutto.
<<Per quanto la cosa sia folle vi posso fare una domanda? Dato che siete artisti per voi cos'è l'arte?>>.
Il primo a rispondermi e Charles che intanto ha iniziato ha mettere le mani tra le mie riviste.
<<L'arte sta nel vino, non fraintendere ragazzino, non proprio nel vino, ma nella mano che prende il vino.
Insomma sta nel gesto, nell'impulso che si ha per fuggire e l'arte sta proprio lì, in quel momento e lo si deve solo immortalare.
Non credo che sia una grande cosa ma rimane l'illusione più bella>>.
Soppeso le parlo di Bukowski ma senza capirle per davvero.
Ora e Kafka a parlarmi con il suo tono di voce docile a tratti quasi spaventato.
<<L'arte è tutto ciò che non si capisce o meglio è il dolore che non capisce>>.
Appena Franz finisce di parlare sento dei passi avvicinarsi alla porta.
<<è mia madre>> dico io tutto allarmato.
Sia Bukowski che Kafka si buttano nella mia bocca provocandomi un dolore lancinante.
La porta si sta aprendo mia madre è dentro la cameretta.
<<Hai una faccia stravolta>> dice mia mamma.
<<Mamma ho parlato con Kafka e Bukowski sono dentro di me, sono usciti dalla mia bocca>>.
Mia madre assume un espressione spaventata e inizia a gran voce a chiamare mio padre.
Mi sa che ho fatto un bel guaio.


mercoledì 14 gennaio 2015

La luna non è che una frittata pallidiccia (omaggio a John Fante)

Bandinedì una rubrica a cura di Davide Capuzmundi                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La stanza odorava di buono. I diversi odori che provenivano dalla cucina si confondevano con il profumo dolciastro che lasciava la mamma mentre si muoveva lievemente di qua e di là. Sapeva di rose e lavanda lei. Tutte le fragranze mi arrivavano ora prepotenti come una sberla inaspettata ora come una carezza calda che mi invitava a sognare. Certo, l’ora di cena era lontana ma il mio stomaco con tutte quelle meraviglie che tingevano l’aria di buoni odori non voleva proprio saperne di stare a bada. E giù a lamentarsi, a brontolare, a borbottare come un tegame di fagioli, il poveretto. Sembrava che non mangiasse da secoli. Ma niente, era più forte. Continuava a non voler collaborare. La mamma me lo ripeteva sempre «attento Stefano che così finirai per farti venire il mal di pancia, mangia con calma. Devi sentire tutti gli odori e tutti i sapori, già così sarai sazio a metà». Ma io di certo non mi sarei accontentato di fiutare come un cane tutta l’aria di casa in cerca dei primi, dei secondi e dei contorni. Nonostante tutto restavo lì, immobile su una sedia, e mi piaceva ascoltare tutti i rumori che provenivano dalla cucina. Prima avevo distinto perfettamente lo sbadiglio di un fiammifero che poi era scoppiato in tutta la sua vitalità. Poi piano piano arrivarono a pungermi le narici il profumo acre dello zolfo misto a quello della carta e della legna che brucia. Lo scoppiettio dei ceppi che ardono è una delle cose che ho sempre amato restare lì ad ascoltare. Ci sarei stato per ore ed ore, specialmente nei giorni gelidi come quelli in cui cacciare il naso fuori dall’uscio di casa sarebbe stato nient’altro che un azzardo. Anche se la forte tentazione di uscire a giocare a palle di neve e a fare pupazzi era davvero forte, anche più delle lamentele continue del mio stomaco. Sobbalzai quando la mamma poggiò violentemente una grande padella, annerita e con il manico quasi arrugginito, sul fuoco che sputava rosso e scintille dappertutto fuori dalla ghisa rotonda e nera. Poi il silenzio. Impossibile che tutta quella danza fosse già finita. Era strano. “Ehi donna, ma sta sera non si mangia?” avrebbe voluto gridargli la mia coscienza, come avrebbe invece fatto mio padre se fosse stato in casa e non fuori, come ogni sera a quell’ora, rinchiuso in non so quale locale, ad uccidersi di alcool, con attorno alle braccia una giovane ragazza dall’aspetto seducente e poco seria per i miei gusti. Ah! Ecco. Ora lo sento. Lo sfrigolio dell’olio bollente che piano piano si fa strada nel silenzio della stanza, accompagnato dall’odore agrodolce dell’Italia. Quell’olio mi ricordava ogni volta l’Italia. Nel verde giallognolo di quell’olio ci rivedevo la terra arsa dal sole estivo, i campi dorati che cantavano al vento di giugno, gli infiniti filari appesantiti dai preziosi frutti che si coloravano di vita giorno dopo giorno. Ormai non riuscivo ad immaginare l’Italia se non così. Per me l’Italia era così, la vedevo non a forma di stivale, come dicevano le suore al collegio, ma come un fiaschetto d’olio pieno e profumato. Ormai quel fiaschetto d’olio era l’unica cosa che potesse ricordarci l’Italia così com’era, così come l’abbiamo lasciata la scorsa primavera con le valigie di cartone, con i fagotti pieni di ogni ben di dio compreso il fiaschetto d’olio che ora mamma lo custodisce come un’urna d’oro.
Poi un “crack” improvviso, poi un altro e subito dopo altri due. Quattro uova. Poi le risate convulse della forchetta che strideva i denti contro la ciotola di ceramica, usciva e veniva riaffogata nuovamente nella mistura. La mamma stava preparando la frittata quella sera. E… splash! Giù sul fondo caldo della padella che per l’emozione di quell’incontro inaspettato s’era messa a cantare furiosamente la sua melodia di sfrigolii e sbuffi caldi. Su un coperchio e non rimaneva che aspettare. Ormai l’aria era un’orgia di odori. Cipolle, patate, un po’ di carne, l’uovo che lentamente si cuoceva. Tutto usciva da quella padella, pareva la tomba di un faraone e io l’archeologo che aveva scoperto i suoi tesori più nascosti.
Ma non era finita lì. Il bello doveva ancora arrivare, il momento in cui mia madre prendeva la padella con tutta la forza, dava un colpettino in avanti, un gesto repentino, quasi impercettibile, poi tornava indietro, e rivoltava ad arte la sua creazione per farla cuocere su entrambi i lati. Ed io non potevo perdermi quell’evento per nessuna ragione al mondo. La raggiunsi in cucina, mi appostai come un avvoltoio ad un lato della stufa e rimasi lì immobile a fissare prima la padella che continuava a sbuffare e poi il suo viso che pareva quasi in estasi per quanto fosse concentrata. Mi piaceva quando assumeva quell’espressione di autocompiacimento e di sfida e lasciava intravvedere appena appena un sorrisino d’entusiasmo disegnato sul suo volto piccolo e pallido, come la frittata che cuoceva rinchiusa in quell’inferno di calore. Ed ecco il momento giusto, lo distinguevo da come cominciava a stringere con decisione il manico della padella, da come socchiudeva un occhio rispetto all’altro e da come si teneva ben lontana, quasi per prendere la mira, dal fuoco, con le braccia ben tese. Et voilà! Un attimo e la frittata si librava in aria e ricadeva vorticosamente nella padella, esattamente al suo centro, e riprendeva a cantare con i suoi sbuffi.
Era ogni volta una visione bellissima e affascinante vedere una donna come mia madre, piccola, insicura, che si affidava spesso ai santi e li implorava di “darle la forza necessaria”, che con un’abilità degna di un giocoliere faceva danzare in aria una frittata che agli occhi di chiunque, triste, adagiata solo su un piatto, appariva sempre e solo come una frittata. Solo noi però sapevamo la verità, il segreto che lei mi aveva raccontato la prima volta che l’avevo vista fare quella magia e che ogni volta mi raccontava e continuava a stupirmi.
Messa a zittire nuovamente la padella con il coperchio, si girava verso di me, si asciugava la fronte con la manica destra della camicetta, con gli occhi socchiusi, e con un sorrisino cominciava a far ballare in aria il dito indicando il soffitto.
«Vedi, oggi io sono stata fortunata. Dovresti ringraziarmi perché se fosse rimasta là su» e continuava a sventolare il dito verso l’alto «questa sera avresti dovuto inventare una scusa bella e buona da dare al tuo pancino per non farlo brontolare» mentre divertita mi solleticava la pancia mostrandomi i suoi denti bianchi. «La prima volta che ho fatto la frittata ero una bambina, più o meno come te, e non riuscivo nemmeno a sollevarla la padella per quanto era pesante. Ci pensava la nonna a fare tutto. Rompeva le uova, le mescolava, le buttava nella padella bollente e poi, quando sentiva che era giunto il momento, la faceva girare così, in quattro e quattr’otto. Un giorno però le cose non sono andate come ci aspettavamo. Io ero lì, ferma in un angolo e aspettavo la magia, tutta un fremito, lei in piedi pronta. Impugna il manico, si concentra, socchiude gli occhi e… quando li riapre la frittata non era più lì. Non era più ricaduta!»
«Come, mamma, non era più ricaduta? Era rimasta attaccata al soffitto?» dicevo ogni volta divertito.
«No, anzi. Cerchiamo cerchiamo e della frittata neanche l’ombra. Sul soffitto non c’era, per terra non c’era, sulla stufa nemmeno. Lei in un attimo aveva cambiato espressione ed era rimasta fissa verso la finestra. Io invece mi sentii davvero triste, ricordo, perché quel giorno non avevo avuto la magia che volevo. Allora lei mi prese in braccio, mi portò alla finestra, che era aperta e lasciava entrare le luci della notte e il vento tiepido, e mi disse “cara Maria, oggi la magia a me non è riuscita, ma se vedi lì su ti accorgi che è accaduto un vero miracolo. La frittata è arrivata fin su al cielo, quasi fino alle stelle, e adesso è brillante e bella, vedi? Così tutti potranno vedere come sarebbe uscita bella e rotonda oggi la nostra frittata”. Quindi se vedi su in cielo la luna che come sempre ti sorride con le sue macchie scure, ricordati che quella era la frittata mia e della nonna che era andata a finire lì, e quelle macchie non sono altro che le bruciature che aveva fatto la padella su di essa. Ecco perché io la copro ora con un coperchio, per paura che non scappi di nuovo».
Sorrise di nuovo. Mi prese per le spalle, mi diede una piccola scossa e mi strinse forte a se. Profumava ancora di rose e lavanda.
Quando si rialzò scoperchiò quel marchingegno infernale e un vapore denso usci rapidamente librandosi nell’aria intrisa di mille fragranze. Dentro la padella la frittata troneggiava. Era la padrona indiscussa della stanza, con il suo colorito regale, con il suo gonfiore che continuava a sbuffare vapore, con la superficie dorata alla perfezione. La mamma prese un piatto e ve la fece scendete lentamente sopra. Pareva una donna vestita di giallo che stanca si va ad adagiare sul suo letto bianco per poi rimanere così, immobile, sbuffando appena.
Era buio fuori, la neve fioccava lenta e il freddo del Colorado mi entrava fin dentro le ossa. Lo conoscevo bene ormai quel freddo. Conoscevo bene i raffreddori e i malanni americani, nonostante fossi stato temprato sulle brulle montagne abruzzesi.
Il chiavistello della porta cigolò e si mosse. L’aria gelida si fece strada nella stanza fino ad arrivare alle mie caviglie che tremarono. Anche mamma fu scossa da un fremito e dal suo viso sparì la leggerezza e il sorriso che l’avevano accompagnata fino a quel momento. La figura possente di mio padre, con la neve sulle spalle e sui capelli neri come il carbone, si fece avanti nel silenzio più totale che ormai regnava nella casa. Quando la luce lo illuminò notai che aveva il viso rosso, livido, ubriaco fino al collasso, gli si potevano distinguere alla perfezione i capillari che gli si ramificavano sulle guance e lungo il collo che pareva una corteccia per quanto fosse secco dal freddo. Lo accompagnava il solito puzzo di whisky e di sigari. Ci guardò, non disse una parola e si andò ad ammucchiare come un sacco di farina sulla prima sedia che trovò. Mia madre ancora con il piatto con la frittata in mano lo rimase a guardare con gli occhi persi e con velata in viso una tristezza che le partiva dal profondo. Posò il piatto al centro del tavolo e si sedette. Lui alzò lo sguardo e lo andò a piantare come un coltello appuntito sulla frittata che ormai s’era quasi freddata.
«Che cos’è quella?» chiese senza distogliere lo sguardo dal piatto. Pareva posseduto.
«Oggi è l’ultima domenica del mese, e come ogni ultima domenica del mese ho preparato la frittata».
Mio padre si alzò barcollando dalla sedia. Si erse in tutta la sua possanza e quasi pareva un gigante con a fianco mia madre. Sapevo già che stava escogitando il modo per litigare anche quella sera, e gli effetti inebrianti dell’alcool di certo non l’avrebbero aiutato a ragionare. «Ah bene, adesso ci mettiamo a fare la frittata. Non ero stato chiaro il mese scorso quando ti avevo detto, idiota di una donna, che la frittata non dovevi più prepararla? Ma sai che con quello che costano le uova in questa stagione, per fare una frittata mi hai fatto spendere un patrimonio. Sciocca!». I due si fissavano. Gli sguardi si compenetravano, solo che quello di mia madre era vuoto e brillava dalle lacrime che andavano accumulandosi attorno alle sue ciglia, rassegnato, quello di mio padre con un velo di stanchezza, di sonno, ma sempre severo e duro come il suo cuore. Pareva che ormai fosse diventato anche lui dello stesso calcestruzzo con cui lavorava ogni giorno. Non aggiunse altro. Prese il piatto in mano, si avvicinò alla finestra e la spalancò. Il freddo e la neve che vorticava fuori si intrufolarono prepotentemente nell’ambiente caldo e silenzioso. Tutto pareva tranquillo ora. Guardò per l’ultima volta mia madre che si era seduta e con le mani si stringeva la fronte comprendo le lacrime che le colavano giù come goccioloni -si vedeva era distrutta quella povera donna- e senza guardare nemmeno fuori gettò la frittata con tutto il piatto che si andò ad infrangere sul marciapiede. Fu il suono di cocci in frantumi l’unico suono che si avvertì. Poi il calpestio di un cane che furtivamente si avvicinò e addentò la frittata, poi più nulla.
Fuori erano rimasti solo i cocci sporchi che lucidi riflettevano la luce dei lampioni elettrici che guardavano attoniti la scena dalla strada.
Quella notte, stranamente, la luna non brillava in cielo.

martedì 13 gennaio 2015

Maradona

Due ragazzi giocano a pallone/
e sono li occhio e croce da cent'anni/
il cortile è sempre stato più grande di noi/più alto di noi/.                                                                                                    
Io che un tempo recitavo li da voi/
ora son fermo in qualche altro mondo/posto/rimorso/
in qualche altro “ora mai sono spento”/.                                                                                                  
Ma il pallone rimbalza e il muro è benevolo/
e come la giustizia divina te lo rimanda indietro/
su i tuoi piedi che Maradona ne andrebbe fiero/.                                                                              
Volevo sognarti/
ma di giorno ho l'insonnia/
cosi sono costretto a sognarti di notte come tutti/.                                                                                                                                                    
Volevo inseguirti/
ma il rimbalzo mi ha ingannato/
e due tipi che non raccomando mi hanno segnato/
le vene e il pallone hanno bucato/.                                                                                
E ora fa notte presto e fare giorno è reato/
dopo tutto tornerò ad essere sprecato/
come il talento,come il marzo,come la grandezza del creato/
credo che questi occhi qui hanno funzionato poco/
e osservo ancora quei due ragazzi ammetto mi assomigliano un po' /.                                
Sarà che il tempo passa/
l'amore passa/
ma tu fredda e sarcastica rimani/
e io non scappo più/ti raggiungo/
 ma ti avverto ho il cuore a pezzi/.

sabato 10 gennaio 2015

Audrey

Col tempo sarà scheletri/
Chanel è da te?/
ed è inutile non ti spieghi/
cosa c'è in me/
tanto vale fossi vino e tu mi bevi/.                                                                                                                    
Perché col tempo sarà scheletri/
 e ciao ancora più di una volta/
ciao cosi forte e che non s'interrompa/
la notte mai più/per un eternità/
per intrappolare un mio bacio che ti va/
e del tipo dirsi saremo per sempre giovani/
o anche altre cazzate del genere/
“non ci lasceremo mai anche quando sarà solo cenere e saranno finite tutte le sigarette”/.                                                                                                                                                                                                
perché col tempo sarà scheletri/
perché col tempo sai io sono un altro/
e tu col tempo starai con un altro/
e quanta fantasia c'era/
quanto ti ho preso quella sera/
e più di una volta ho parlato francese/
con Léo Ferré che mi accendeva le sigarette/
e il battito cardiaco s'abbassava in fretta/
ed tu eri già iniziata in un altro cuore/reginetta/        

venerdì 9 gennaio 2015

Mi basta egli

Mi basta egli/
mi basta scendi/
mi basta solo due briciole d'infanzia/
un altalena le corde impermeabili all'ansia
/e quante verginità tra il fegato e la pancia/
mi basta i tuoi capelli di rame/
e la sera fresca di un cortile d'estate /
mi basterebbe piegare il tempo
se fosse lo scemo che se le beccava sempre alle medie
loro lo prendevano in gruppo e io guardavo restando fermo./
E mi basta un indietro/
 e mi basta se tradisco il mio futuro/
quando ci spossammo era ancora giugno/
che mi son detto sarà uno scherzo l'inverno e i “chissà” in fumo/
e mi basta ancora una volta che barcollo/
e le chiavi che non entrano/
“stai attento che sennò gli sveglio”/
e mi basta correrti sulla guancia/
come fossi una tua lacrima/
e mi hanno sussurrato che la vita dura niente/
ma se campassi sul tuo seno per un attimo ,o giù di lì, vivrei per sempre /
e mi basta in piazza coi fucili e dei miei “sono triste” farne una strage/
 e mi basta una poesia che mi fa piangere /
 e mi basta una vita che non sia la mia da sprecare/
e anche un teatro dove le cose che non sono stato le potrei recitare./

E mi basta tu che mi guardi /
come se il mondo fosse vuoto/
e ci fossi solo io/
poi dagli occhi come dei diamanti/
diventare ricco coi i tuoi sguardi/                                                                                                                                                                                                         e tu che dici il tipo che scrive è mio./

giovedì 8 gennaio 2015

Questi orologi fascisti


Oggi vi parlo di un'altra cosa che odio, di un'altra cosa che mi si aggrappa in gola: il tempo.
Vi assicuro che il tempo fra tutti i bastardi infami della terra è il peggiore.
Non so se vi rendete conto che in pratica è un orologio gigante che ci da mazzate ogni giorno, ci frusta sulla schiena e si prende i nostri secondi.
Si i nostri, ogni secondo che passa è un momento buttato al cesso e solo il cielo sa quanto sono pochi i momenti che davvero contano.
Fottuto tempo, si frega le ore quando dormo, i minuti quando cago e tutte quelle giornate perse a non fare nulla.
Per non parlare di quando siamo a lavoro, di quando ci mettiamo a studiare e di quando guardiamo in TV un programma che in fondo nemmeno ci piace.
Ci frega sempre, è possibile che io spendo anni in un ufficio a sbattermi le palle per poi accorgermi che tutto quello che è passato non posso più riaverlo.
Tutto andato, tutto morto.
Giuro che ti odio maledetto tempo, sei il peggior parassita della terra, un cancro che cresce nei miei polmoni che non mi permette mai avere la completa tranquillità mentre mi gratto le palle.
Tempo sei il peggior fascista della terra, nessuno puoi dirti niente, te ne stai sulla tua torre d'avorio ad ammazzarci mentre noi inermi subiamo come cavie.
Io non ci voglio credere che anche adesso che sto scrivendo questi pensieri il tempo vola, che il tempo vola è certo ma poi i segni sulla faccia e sullo stomaco te li lascia.
Non è giusto io mi ribello, adesso chiudo gli occhi e prendo a bastonate l'orologio dittatore che mi sta uccidendo.
Gli spezzo le lancette una ad una, gli dico di fottersi, gli faccio il dito medio e urlo viva la libertà.
Peccato che l'orologio fascista se ne sbatte che gli rompo le lancette, se ne sbatte di tutto lui va avanti, lui è troppo più forte.
Alcune volte ci penso a quanto sia ingiusta la cosa, ma penso anche di quanto tempo sto buttando via, di quanti pensieri belli, quante cose favolose potevo fare.
Ma nulla si vive col paraocchi, si va avanti si fanno le solite cose che ci straziano, senza mai goderci quello per cui l'uomo deve vivere.
Tutto ha un orario, tutto ha una scadenza, da latte nel frigo al nostro stesso corpo, in fin dei conti siamo proprio una massa di scemi.
Quanto vorrei che tutto si fermasse, che ogni cosa stesse immobile, che magri tutta la città rimanesse impietrita per tutto il tempo che voglio io.
Potrei correre per le strade, andare al mare e farmi il bagno, potrei scrivere cosi tante cose da creare la biblioteca più grande del mondo.
Potrei pure dormire ma questa volta con la possibilità di godermi il sonno, potrei sbattermi dei doveri, poteri anche infischiarmene del giorno e della notte.
Potrei fottere la vecchiaia e la morte, potrei tutto, potrei per una volta pensare così intensamente da sanguinare dentro.
Voglio stringere i denti, dire che i secondi che passano sono solo in fin dei conti dei gran coglioni, perché scappano senza nemmeno salutare, senza nemmeno darti la possibilità di vedergli in faccia.
Tutto passa, tutto finisce, ma chi sa perché l'inizio è un istante e ciò che passa è un eternità.
È sempre un gioco del destino che come al solito si diverte con noi, siamo solo povere marionette intrappolate dalle enormi cazzate che l'umanità per anni ci ha detto.
Nasci, cresci, diventi grande, poi vecchio e infine muori.
Ma sai che c'è io me ne sbatto, io divento prima vecchio, poi bambino, muoio per un po', poi rinasco e non divento mai grande.
Perché io posso, si, si che posso e non sono pazzo, sono solo quello che mi impediscono di essere.
La rabbia è tanta, così tanta che adesso mentre sto scrivendo prendo la lama che ho nella scarpa.
La lama che tutti abbiamo, che ci hanno dato per far male a chi ci fa del male, per dare un taglio a tutto questo teatrino.
Io indosso la maschera come tutti e come tutti sbavo per i riflettori, ma io non so recitare ne tanto meno riesco a rimanere impassibile mentre il tempo mi devasta.
La mia musica, i miei scrittori, i miei pensieri ,che per qualche ora mi traghettano da Saturno a Giove,presto moriranno.
Ma io prendo la lama, la lama che in fin dei conti non esiste... e se la lama non esiste neanche il tempo esiste.

Ehi dittatore dammi un'altra botta che lo sai che più me le dai e più mi piace.

mercoledì 7 gennaio 2015

Tu vuo’ fa l’americano (Omaggio a John Fante)

Bandinedì una rubrica a cura di Davide Capuzmundi                                          
                                                                                                                                                                                                                                                                                             Io sono americano, anzi, Americano con la A maiuscola. Lo sono sempre stato, questo posso garantirvelo. Ogni singola mia fibra, ogni singola mia cellula, ogni singolo atomo che compone questo sudice ammasso di stracci lo è. Lo sono fino al midollo e non sarete né voi né tutti gli altri figli di cagna che continuano a chiamarmi Dago a farmi rinnegare quello che sono. Tutti nella mia famiglia sono americani, a partire da mio padre Nick, grande lavoratore, ormai con la schiena ridotta a gesso, con il solo pesante vizio dell’alcol e delle donne, belle donne devo aggiungere, e da mia madre, un essere piccolo e gracile che non ha mai una parola cattiva per nessuno ma sa perfettamente come farsi valere in casa di fronte ai muscoli scuri di quella bestia di mio padre. Poi io e i mei fratelli siamo tutti nati e cresciuti qui. Abbiamo fin da piccoli, appena sbucati fuori dall’oscurità primordiale, respirato questa maledetta aria americana che puzza di lavoro e fatica. I miei nonni anche erano… ah, no. Loro non ve li presenterei nemmeno. Rovinerebbero la mia reputazione da Americano. Vedete, una vita per costruirla e un attimo per distruggerla. E poi giù, crolla tutto come un castello di carte su se stesso. Vi dico solo che sono italiani. Abruzzesi. Pane, amore e noncapiscoiochecosatudica. Infatti è proprio così. Il linguaggio parlato dai miei nonni ha un non so che di cavernicolo. Tutto pieno di mugugni, ammiccamenti e cenni di labbra che si piegano e si raggrinziscono ad ogni fuoriuscita di suoni dalle loro fauci che odorano perennemente di pustole. Solo mia madre e mio padre riescono ancora ad avere un rapporto “umano” basato sul dialogo con loro. Non che a me questo dispiaccia, anzi. Vi dirò la verità, mi tingerei volentieri di verde la pelle e uscirei per strada senza vestiti, con il batacchio che mi penzola dal ventre, cantando “Mary aveva una pecorella”, piuttosto che farmi vedere con i miei nonni in giro. D’altra parte, almeno quello sarebbe divertente. Per queste ragioni io faccio risalire le mie origini a mio padre e a mia madre senza considerare il nulla che c’è prima di loro.
Oggi in casa non si vive. È il giorno della comunione di mia sorella e tutta la famiglia, io, mio fratello, mia madre e mio padre, quei parassiti dei nonni, lo zio Alfred e la zia Addolorata, lo scapolo d’oro di zio Mike, i miei insopportabili cugini dalle orecchie a sventola e dai capelli sempre lucidi che paiono di bachelite, e perfino il cane, è stipata in salotto. Chi colato sui divani, chi smoccolato ad un angolo, chi avvinghiato all’albero di limoni ornamentali che la mamma tiene come fosse un premio d’oro vicino la porta d’ingresso, chi come la nonna Innocenza che troneggia su una sedia che cigola e che con aria da imperatrice osserva tutti gli invitati scambiando di tanto in tanto, piegandosi appena, qualche parola con la zia che annuisce e alza gli occhi al soffitto. Che ci troverà poi di così interessante in uno strato di stucco spalmato e lasciato affumicare lì resterà per me un mistero. Mia madre oggi è particolarmente bella e vitale. Sorride a tutti e pare quasi una rosa che sta per sbocciare. Fresca, giovane, piena di voglia di vivere. Questo ve lo dico perché in tutta la mia vita, un evento del genere, mia madre che è così allegra e che si muove che pare quasi danzando, l’ho vissuto solo in un’altra occasione: quando era tornata dall’Italia la sorella, zia Donata, il Giorno del Ringraziamento. Aveva addirittura comperato un abito nuovo di zecca, giallo e lilla, e per pranzo aveva preparato un tacchino “vero” ripieno. Lei continuava a ridere di gusto e la zia con essa, noi eravamo stupiti per la quantità di regali che ci aveva portato, ed io avevo ricevuto un trenino a molla, il mio primo ed ultimo trenino. Solo mio padre non riusciva a dire nulla che non fosse un borbottio o un “ce n’è ancora di vino”, aggiungendo poi un freddo e distaccato, quasi sarcastico, “cara”. Ma quello era stato il giorno della mamma e ricordo perfettamente che quando andò a coricarsi a notte tarda, io me l’ero messa a spiare dalla fessura che faceva la porta socchiusa perché la sentivo fischiettare e modulare delle note a caso ma piacevoli, si addormentò di schiena alla montagna che formava sotto le lenzuola quell’orco di mio padre e aveva stampato sulle labbra un sorriso che non l’abbandonò per tutta la notte. Sarà stata l’unica volta che ho visto dormire mia madre così serenamente e con la felicità disegnata sul volto. Oggi, invece, anche mio padre contro ogni previsione ed aspettativa è gioioso e si diverte a riproporre per l’ennesima volta le poche barzellette che conosce allo zio, che lo asseconda e insieme formano quasi un duo da cabaret. L’uno, mio padre, vestito tutto di punto con tanto di camicia bianca ben stirata che lo stringe minacciosamente su per il collo ruvido e scottato dal solleone, cravatta nuova e l’immancabile bicchiere in una mano accompagnato da una lunga bottiglia del miglior vino rosso arrivato direttamente dall’Italia, che mio padre s’era riposta almeno da due anni, dal giorno della mia prima comunione; l’altro, ormai già con le guance accaldate ed arrossate per gli effetti tossici di quel nettare dall’odore di fragole, se ne andava girando spalla a spalla con il babbo accarezzandosi, con la mano libera dall’arma sporca di rosso ma che lasciava ancora dietro di se quella scia inebriante di essenze fruttate, i baffetti stinti che pendevano in modo ridicolo verso un lato. Se la ridevano i due.
Mia sorella era stata ormai divorata da quelle arpie fameliche delle zie e della nonna che continuavano imperterrite a coccolarsela, a stringerla fino a farla sudare e a sbaciucchiarsela macchiandole il viso un po’ sul naso un po’ sulla fronte un po’ sulle labbra dei loro rossetti monotonali. Ormai non si distingueva più se il rosso che aveva dipinto sulle guance fosse perché stava per rischiare l’asfissia o perché avesse troppi baci stampati che nessuno si preoccupava di pulirle. Sembrava una creatura scesa dal paradiso che si era persa in mezzo a quella gentaglia che non faceva altro che balbettare frasi senza senso, ingozzarsi e ridere a più non posso. Da capo a piedi era vestita di bianco con una coroncina di piccoli fiori gialli che le scendeva su una spalla. Ma chi la conosceva bene riusciva a distinguere sul suo volto un velo di noia. Faceva dei sorrisini spenti, senza quella voglia che di solito aveva di contagiarti con il suo sguardo pimpante e vivace. Qualcosa non le andava a genio. Sembrava stesse cercando disperatamente di reprimere un conato di vomito che le stava rifluendo prepotentemente su per l’esofago. Non era la solita.
In chiesa tutti i bambini erano in fila e sorridevano, tutti i genitori commossi ed elettrizzati si tenevano stretti per mano, ma lei no. Mia sorella aveva lo sguardo fisso nel vuoto, verso la porta centrale, verso la vetrata colorata o altrove, verso le pianure del Kansas, verso le calme acque del Mississippi, o ancora più in là, oltre la Virginia, la terra di tutti noi, oltre le sue bianche spiagge, oltre l’oceano forse. Là, dove finiva il mondo. Si vedeva che non voleva essere lì in quel momento. Voleva trovarsi altrove, libera, lontana da tutti quegli sguardi ammiccanti e da tutte quelle guance umide che emanavano un forte odore di cipria. Guardava l’Italia! La traditrice guardava verso il mare e sognava l’Italia! Ora ho capito, il suo sguardo era il tipico di chi incontri per le strade e rimpiange ancora l’Italia che da lontano da tutto questo, invece, se ne infischia totalmente di tutti loro. Brutta idiota figlia di qualcun altro! «Sei lo sputo dell’America, piccola mia. Il rifiuto che nessuno mai vorrebbe avere qui, in questa fantastica terra» pensai. Avrebbe dovuto aprirsi la terra sotto i suoi piedi e divorarsela in quel preciso istante. Non sarebbe stata più mia sorella, l’avrei giurato davanti a Nostro Signore in persona. Ma come puoi tu, tu che vivi in un paese libero e dove dalla terra fioriscono sogni e stillano speranze, sognare la terra di nessuno? Una terra lontana da cui tutti sono scappati verso la vita vera e che fa ancora morire i giovani come me e te sotto il peso dei «NO!» dei potenti? Tu hai tradito il nostro sangue, il mio sangue, e per questo non mi meriti.
Decisi da quel momento che non le avrei mai più rivolto una parola.
Tornati a casa, dopo la funzione, non facevo che fissare mia sorella dritta in viso. Mi ci ero ficcato in quei suoi occhi da traditrice e non la lasciavo sfuggire neanche per un istante. Dovevo studiarla. Dovevo analizzare ogni suo passo falso. Tutti avrebbero dovuto sapere quant’era meschina la loro “piccola bambina”, il loro “angioletto d’oro”. Avrei dovuto aspettare solo il momento opportuno, e il gioco era fatto, le pedine erano tutte sistemate per lo scacco finale.
Eravamo tutti seduti a tavola, la mamma pareva volare quasi sul pavimento per quanto era contenta. Faceva avanti e indietro dalla cucina ora con un vassoio di pasta fresca al pomodoro d’anatra, ora con un enorme tacchino che sporgeva tanto da un lato quanto dall’altro del piatto da portata che avevo fino ad allora visto solo riposto, incontaminato, protetto dal vetro del mobiletto del salotto, ora con un’enorme torta alla panna con dei confetti proporzionati ad essa che insieme sarebbero bastati a sfamare un’intera guarnigione per una settimana. Per l’occasione il mio vecchio aveva deciso di stappare una delle migliori bottiglie di bollicine che si trovava sul mercato. Tutto era perfetto, e io decisi di rovinare la festa proprio nel momento in cui il tappo di sughero, incoraggiato dalla pesante mano di mio padre, avrebbe lasciato il collo stretto della bottiglia scura per librarsi finalmente verso il soffitto annerito. Erano tutti impazienti e fremevano, pronti ad applaudire e a non perdersi quel momento, la mamma che stringeva forte i palmi l’uno contro l’altro con le lacrime agli occhi, mio padre che stava praticamente litigando con il tappo che di uscire non ne voleva sapere proprio per niente, aggrappato disperatamente al bordino di vetro, inveendo di tanto in tanto chiamando in avvocatura per l’evento memorabile santi e sante d’ogni luogo, gli zii che lo incitavano ridendo fino a sentirsi male con le loro pance schifose che si muovevano al ritmo dei ghigni che parevano stessero per partorire da un momento all’altro (ma Dio solo sa cosa avrebbero partorito di lì a poche ore quelle pance), e io che mi ero praticamente alzato dalla sedia che era in fondo al tavolo pronto per scagliarmi contro la traditrice e palesare il suo sporco reato davanti a tutti, quando si sentì un suono inatteso provenire dalla fine del corridoio simile ad un cinguettio. Un trillo. Era il campanello della porta che anche se non invitato aveva deciso di intrufolarsi prepotentemente e ugualmente tra di noi anche in un giorno di festa come quello. Tutto si fermò. Chi fosse passato in quell’istante e da fuori avesse sbirciato quella scena dalla finestra non avrebbe notato alcuna differenza con lo spettacolo bizzarro quanto pittoresco offerto dalla stanza di un museo delle cere. Solo il gatto continuava a leccarsi le zampe, tradendo quella finzione alla Robert Doisenau, seduto in un angolo della stanza, mentre la sua lingua ruvida continuava a raspare accuratamente tutto il pelo, lato per lato, piega per piega, producendo un lieve fruscio appena percettibile. Una mosca pareva morta sul vetro della finestra, ancora con le ali spiegate. Mio padre aveva smesso di ridere, ora aveva stampato sul volto un ghigno teso e lo sguardo perso si intrecciava con quello della mamma. Il campanello suonò di nuovo e questa volta mia sorella si precipitò su per le scale e si andò a rinchiudere in camera sua, aveva capito tutto lei. Anche il mio vecchio balzò in piedi posando rumorosamente il bicchiere pieno di vino sul tavolo e facendo traballare la bottiglia di spumante che oscillò pericolosamente, ma lo anticipò la mamma che con un gesto felino andò a piazzarsi davanti alla maniglia della porta e con la mano che le tremava, fece girare la serratura. Con l’altra stringeva il crocefisso che le pendeva dal collo reso magro dalle fatiche degli anni. La prima cosa che sentimmo in sala fu uno sbuffo di vento tiepido, poi il cigolio della porta che si aprì del tutto e la luce dell’esterno che illumino le mattonelle dell’ingresso rifrangendosi contro le pareti. L’ombra che vergognosamente la sagoma di mia madre aveva lasciato scappare via, rimanendo attaccata solo alle sue caviglie esili, si distingueva nitida, come ricalcata sul pavimento e chi la conosceva bene vi poteva leggere senza alcuno sforzo la frustrazione, l’amarezza e la rabbia che le stava crescendo in quel momento. Mio padre si era fermato ad un passo dietro di lei, con le mani strette dietro la schiena e la testa china, e per la prima volta quell’uomo mi apparve così impotente, così fiaccato da quella situazione tanto assurda quanto imbarazzante.
Lei era vestita, anzi “svestita” da togliere il fiato perfino ad un dodicenne come me con gli ormoni in subbuglio che schizzano via dai brufoli quando meno se l’aspetta. Troppo seducente per essersi trovata lì per sbaglio. Una sottana di raso nero bordata di fine pizzo le scendeva fin sopra i ginocchi bianchi e le si avvinghiava mascolinamente sui seni e sui fianchi lasciando vedere tutto quel ben di dio che si celava sotto di essa. I capelli a caschetto erano tenuti fermi da un cappellino color crema sul cui lato era fissata una farfalla che pareva talmente vera da sembrare imbalsamata, fermata lì, crocefissa, con due bottoni d’avorio. Sulle spalle candide era poggiata una pelliccia di volpe che le nascondeva gran parte del viso e che pareva soggiogarla sotto il proprio peso facendola sembrare curva e goffa. Solo le guance rosse e una bocca che da sola sarebbe bastata a far cadere ai suoi piedi chiunque, le si scorgevano da tutta quell’orgia di pelo volpino. Era scalza, e le scarpe lucide color confetto le reggeva nella mano sinistra muovendole come pendoli prima ad un lato e poi all’altro; nell’altra mano stringeva per il collo una bottiglia di whisky scadente di cui rimaneva poco più che un dito, e di cui la targhetta della pubblicità risaltava particolarmente. Mi rimase in mente: “Whisky golden eyes. Te ne innamori a prima vista” mentre una signorina sorridente teneva alto un bicchiere colmo di quel liquido color oro, sdraiata in una grossa coppa colma di pezzi di ghiaccio, e due occhi di un giallo penetrante e persuasivo si stagliavano sullo sfondo guardando minacciosamente la scena. Quella donna puzzava. Era ubriaca, e perfino i suoi abiti, la pelliccia, la sottana, la farfalla che dall’alto della sua superbia continuava a rimanere impassibile nonostante i visi cerei dei miei genitori, erano impregnati dall’acre odore dei vapori di quel whisky di contrabbando.
«Amore mio bello» rise squittendo, mentre lasciò cadere sbadatamente a terra la bottiglia del whisky che subito andò ad ubriacare il prato. «Sono ore che ti cerco per tutta la città. Ma dov’eri finito?».
La donna avanzò con un passo incerto verso mio padre fino a trovarsi ad un palmo dal suo viso impallidito. Non so come facesse a resistere al forte odore che emanava. Pareva una distilleria ambulante. Sorrise di nuovo scoprendo sotto le labbra carnose appesantite dal rossetto una fila di denti bianchi che rasentavano la perfezione. Tutto sommato era di bell’aspetto, anzi lo sarebbe stato di più se non fosse andata in giro mezza nuda e scalza e non si fosse trascinata dietro quel puzzo nauseabondo. Mio padre non aveva il coraggio di alzare lo sguardo e sfidare quello della mamma che insisteva a fissarlo con gli occhi allagati di lacrime che le imperlavano le guance con pesanti rivoli. Era furibonda dentro di se, lo si notava a distanza di un miglio, e respirava affannosamente inghiottendo la pesante frustrazione che le rifluiva di continuo su dallo stomaco come fosse vomito. La sconosciuta traballò, si inclinò leggermente in avanti e pareva quasi stesse per perdere l’equilibrio quando spalancò le braccia e si buttò al collo di mio padre che rimase impassibile.
«Suvvia, perché sei così “moscio” oggi Nick, ti manca questo?» e con un gesto rapido le afferrò il cavallo dei pantaloni e strinse. Rise, e questa volta fu un riso di gusto, rumoroso. Pareva assatanata.
Mamma non ce la fece più a reggere quella scena. In preda a singhiozzi furiosi che quasi la strozzavano si voltò e piantando i piedi rumorosamente sul pavimento in legno corse su per le scale sbattendo la porta del bagno.
La donna a quella scenata parve quasi ricomporsi. Seguì con lo sguardo quella poveretta di mia madre che si allontanava come uno sbuffo di fumo dentro casa e poi scoppiò in un’altra risata, più rumorosa e fastidiosa della prima.
«Ieri mi avevi promesso che oggi avremmo continuato quello che avevamo già cominciato, ed eccomi qui» si rimise in piedi ed allargò le braccia facendo un giro su se stessa, quasi a voler dare mostra di sé più di quanto non avesse già fatto. «E dai, mi avevi detto che io sono la tua “puttanella preferita” ed ora ti comporti come se nulla fosse, come se non ci fossimo mai visti prima. Certo che però sei proprio uno stronzo. Uno stronzo italiano, ecco che sei. E pensare che mi avevano pure messo in guardia da quelli come te». Furono le ultime parole che sentii uscire dalla bocca di quella donna. Diede un colpo con le scarpe sul pesante petto di mio padre, raccolse la bottiglia vuota del whisky e si dileguò ondeggiando tra i raggi del sole che infuocavano il selciato.
Dentro tutti erano rimasti in silenzio seduti ai propri posti; erano libere solo la sedia mia, quella di mia madre e di mio padre e quella di mia sorella. Dal bagno si sentivano echeggiare i singhiozzi della mamma che arrivavano alle mie orecchie come degli insulti, dei pesanti insulti al nome che portavo, al sangue che scorreva nelle mie vene che era lo stesso di quello schifo che chiamavo padre. Avrei voluto dissanguarmi, scorticarmi per quanta vergogna stavo provando in quel momento.
E poi mi riapparve in mente, come un lampo, d’un tratto, una cosa che mi era accaduta il giorno prima. Ecco, ora tutto quadrava. Tutto combaciava come le tessere d’un triste puzzle. Il giorno prima mia sorella mi aveva detto che aveva sentito rientrare tardi quell’uomo che non ho più neanche la forza di chiamare “padre” e che le era sembrato che oltre al solito odore di alcool si trascinasse dietro anche un altro odore, più delicato, più gentile, femminile. Aveva addosso l’odore di un esemplare adulto di femmina umana. Il profumo che lei portava l’aveva tradito. Sapeva di vaniglia e tabacco.
Mia sorella quindi sapeva tutto, aveva capito quello che stava per succedere di lì a poche ore e non ne aveva fatto menzione a nessuno per non rovinare la festa a mia madre, che era l’unica che veramente avrebbe meritato di sentirsi un po’ diversa, almeno per un giorno speciale come quello. Ecco perché aveva avuto quello sguardo per tutto il giorno e pareva dall’espressione che avrebbe vomitato fuori qualcosa da un momento all’altro. Ed io che pensavo si trattasse di una sporca traditrice di quel sangue che adesso neanche io sapevo più quale onore aveva. Dopo tutto, ciò che ho detto all’inizio è solo una grossa balla. Io non sono americano, perché i veri americani con la A maiuscola non hanno i padri che vanno a puttane di notte con quei pochi soldi che riescono a guadagnarsi rompendosi la schiena a lavoro; non mentirebbero mai alla famiglia, alla moglie, ai figli per una vergogna tale che preferirebbero morire e lasciarla lì, appesa a dondolare ad una fune piuttosto che vedere lacerate le vite dei propri cari con un affronto simile; non lascerebbero mai da sola la moglie sapendo che lei è sveglia nel letto ed aspetta con le lacrime agli occhi che torni quell’uomo che nonostante tutto ha sposato anni prima nella speranza di sentirsi finalmente viva e libera.

L’America, caro vecchio mio, è per altri, per quelli che hanno un cuore vero e che hanno appese in mezzo alle gambe due palle così, non per noi che ci crediamo irraggiungibili ma che in fondo non siamo altro che falliti che continueranno ad essere sempre falliti fino alla fine dei propri giorni.

martedì 6 gennaio 2015

L'amore ai tempi dell'adsl

Ciao lettori, durante questi giorni di festa mi è capitato di osservare maggiormente le coppiette di innamorati che girano mano per la mano nei centri commerciali.
Che nessuno me ne voglia ma io tutto questo amore di cui parlano non lo vedo.
Sarà che non sono incline ai sentimentalismi, ma ho sempre più l'impressione che l'amore sia una convezione sociale come non magiare con la bocca aperta in pubblico.
Non so voi, ma io alcune volte rimango basito quando guardo due quindicenni che fanno gli sposini.
Io giuro che non capisco, è possibile che un ragazzino appena adolescente, che ancora segretamente nella sua cameretta guarda i cartoni giapponesi debba avere una ragazza fissa.
E lo stesso vale per le feminucce è possibile che ad un età così precoce già si va a caccia di un tipo cinque anni più grande e cinque anni più stronzo di loro.
Non dico che a quell'età non ci sia amore o qualunque altra cosa sia, ma dico solo che andare a cena insieme ai genitori dei rispettivi fidanzati è un po' troppo.
I motivi in questo caso sono due:1. a quindici anni voglio starmene tranquillo a sognare di diventare il più grande calciatore al mondo e a godermi lo schifo che è l'adolescenza.
    2. se già i genitori della coppia si conoscono tutto si fa terribilmente serio quando di norma non lo è.
    Io penso che questa cosa sia un vero e proprio cancro sociale, non una cavolata su cui ridere.
Se io a una certa età ho già fatto tutto che si dovrebbe fare in futuro con una compagna poi che gusto c'è poi nel farlo dopo.
Non è tanto un fatto di bruciare le tappe ma è più che altro che tutto diventa esibizionismo, insomma un teatro dove recitare commedie di pessime gusto.
Perché se io se sul mio profilo facebook a quindici anni ho già tutte le mie foto con la mia ragazza mentre ci scambiamo segni d'amore, se già ci facciamo i regalini ogni mese con i soldi di mamma e papà tutto si fa così costruito da diventare inevitabilmente stupido.
Io a queste compiette sinceramente gli ficcherei la testa nel cesso, non per altro ma se già fai il coglione a quella età poi arrivi a trent'anni che lo sei veramente.
Però non è che il problema sia solo nelle coppie di adolescenti, perché il guaio sta pure nei fidanzatini in età adulta.
Cavolo quelli sono i peggiori, hanno la stessa capacità di bramare l'idiozia come il cane di Pavol bramava il cibo.
Per le coppie moderne ho un vero e proprio odio, vanno al cinema, la domenica si mangiano il gelato insieme e ogni giorno appena svegli si mandano il buongiorno su whatsapp,tutto in modo cosi meccanico e scontato.
Si ripetono che sia amano, testimoniando tutto il loro amore tramite post sui social, si litiga perché il tipo non ha risposto a qualche messaggio, ma poi puntualmente si fa pace sempre nello stesso modo.
Non so voi ma a me sembra che il rapporto uomo e donna sia qualcosa da mettere in piazza, che poi tutto sto casino di mostrasi al mondo è solo un antidoto per sentirsi meno soli e per sembrare meno soli a gli occhi degli altri(questi fottuti altri sono loro a fare girare i nostri microcosmi personali?).
Queste coppie durano pure qualche anno, sempre con i soliti periodi di crisi causati magari dal tipo che aveva voglia di provare un'avventura con un' altra, ma poi alla fine sempre nello stesso modo si fa pace.
Poi si va a convivere, ci sia ama però dopo qualche periodo ci si accorge di quanto sia stronza la persona che pensavi di amare, ma questo succede sempre dopo il settimo mese di gravidanza.
Dopo che nasce il bambino, la coppia si riavvicina ci prova (pensa di provarci) ma poi la strozaggine di lui o di lei e troppo forte quindi la coppia scoppia.
BOOM!
Ma non vi preoccupate nella vita è tutto un circolo, tutto ritorna e tutti gli sbagli che l'uomo fa ama rifargli.
Quindi lui ritroverà una tipa si ameranno per un po' con i soliti alti e bassi, poi andranno a convivere e lo scemo puntualmente la metterà incinta e poi la coppia scoppia.

Che bello è l'amore.