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mercoledì 25 febbraio 2015

RAIN, I HATE YOU (Bandinedì una rubrica a cura di Davide CapuzMundi)

Cosa ha la pioggia di così sentimentale, di così unico, di così magico da spingere le persone ad annusare l'aria fredda fuori dalle proprie tiepide case, questo credo che non arriveremo mai a comprenderlo fino in fondo. Soprattutto la pioggia che cade prepotente dalle nuvole minacciose e gonfie d'odio che evapora dalla pelle sudata delle persone che popolano la terra. Questa non è più la pioggia limpida di un tempo. Non c'è più spazio nelle singole gocce che la compongono per i riflessi dei sentimentalismi dei ragazzi che si amano e che si baciano contro le porte della notte, per un bacio inaspettato ad un ragazzo mascherato appeso a testa in giù o per ballare in impermeabile su un marciapiede fradicio attaccati ad un lampione indifferente. Tutto questo è, mi si passerà lo squallido umorismo anglosassone, acqua passata. Si perché adesso questa pioggia che cade è una pioggia che porta in sé tutto lo sporco del mondo. E per sporco più che in senso letterale, materiale, mi riferisco ad una sporcizia caratteriale, una sporcizia che riflette l'umanità nella fase terminale della propria esistenza e che ormai comincia a sentire l'olezzo di tutte le sue piaghe infette. Bene, dicevo, questa pioggia è unta. Avete presente l'olio esausto che i meccanici spurgano fuori dai veicoli, o l'olio marrone nel quale i fast food,  che sono sempre più "fast" per riuscire a stare al passo di questa società e sempre meno "food", affogano chili e chili di bastoncini di patate al giorno? Si, esatto. proprio quella sostanza rancida che odora di pesce in decomposizione. La pioggia adesso è come quell'olio. Si spalma sui visi, sulle mani nude, sugli abiti, entra nelle ossa fino ad ancorarsi a quel soffio di anima che ci è rimasta. È una malattia vera e propria, e il contagio è inevitabile quando dei grigi e noiosi borghesi decidono di lasciarti sgocciolare il proprio ombrello sulla scarpa. E questo non è nulla se non fosse che ad ogni fermata, sobbalzo,  singhiozzo dell'autobus i loro cappotti imbevuti di tutto quel distillato d'odio impregnano anche il tuo che eri riuscito trionfalmente a tenere asciutto fino ad allora. Avviene così il contagio e, come si dice,  da odio nasce odio ed eccomi qui seduto ad elencare come in un ologramma che si allunga davanti ai miei occhi tutti quelli che odio di più al mondo o le situazioni più odiose che mi siano mai potute capitare. Così riemergono loro, tutti uniti attorno ad un falò alimentato dal loro stesso orgoglio: i professori più stronzi che abbia mai avuto il piacere di incrociare, seppur solo per un attimo, su questa faccia della terra. Poi vedo altre sagome che paiono morte in sarcofagi fatti con pile e pile di scartoffie che attendono, impassibili, con un numerino nella mano stesa verso uno schermo a led che però è spento. Se guardo bene vedo anche una sagoma seduta, di spalle, sembra una ragazza. Fa per voltarsi e... Mio dio! Ha il viso completamente coperto di scritte nere, marcate a fuoco sembra, e un naso simile al becco di un tucano. Davvero sconcertante.  Ah ecco, ma non è sola! Non è mai sola infatti... Ai suoi piedi ha due scatole piccole piccole colorate dalle quali escono due teste,  altrettanto piccole piccole,  che dondolano e dondolano dall'alto delle proprie molle arrugginite e mi ricordano vagamente le testoline dei suoi genitori. Che trittico davvero simpatico di testoline e di nasi prominenti. Me ne ero quasi dimenticato il ridere che mi facevano, e la pena. Odio chi ruba le biciclette, chi vende biciclette rubate e chi, spacciandosi per legale, ruba il prossimo vendendo biciclette ad un prezzo improponibile: questo è un modo di ladri di biciclette. Odio la luce fredda dei neon, la raccolta differenziata,  il tubetto del dentifricio che è la cosa più difficile da spremere fino in fondo,  ancor più delle meningi atrofizzate di un bambino obeso che vive la propria vita come fosse un videogioco, e spero vivamente che sia della serie sparattutto. Odio il ritardo, odio la Fanta e odio le fontane che riecheggiano agli sbarchi alieni sulla terra. Per questo si, odio anche te Spielberg, te e i tuoi maledetti alieni dal collo che si arrapa. Insomma il mio odio verso il mondo cresce paurosamente ed esponenzialmente fino a che un bagliore si fa strada tra i miei pensieri. Guarisci Davide! Una voce mi sussurra da lontano, come un fischio insistente nelle mie orecchie. Guarisci!... E allora tra i miei pensieri si fanno strada tutti i fili più belli e preziosi  che hanno intessuto la mia vita. Quella voce è della mia Arianna che tiene in mano le matasse e lascia che io ripercorra quei fili. E allora, come si dice, da cosa nasce cosa e metto da parte tutto quest'odio per lasciare il posto al ricordo del sorriso di mio nonno che sgrana le carte dal mazzo napoletano come se fosse un rosario, agli occhi lucidi di tutte le donne importanti della mia vita che sono riuscito a commuovere anche solo con uno sguardo. Mi rivengono in mente le nottate passate nascosto sotto il fascio polveroso della mia abatjour per divorare un libro, quelle passate nascosto sotto i raggi delle stelle tremolanti cucite sul nero eterno e quelle passate sotto la luce arancione di un lampione con gli altri miei due frammenti di anima adesso così lontani da me quanto vicini nel mio cuore. Ripenso, come ogni giorno, ogni attimo, a chi è lì poco più a nord est di me ed è riuscito a svegliare la mia anima più nascosta ed ha percepito il tremore nel mio petto. Ricordo le altre cose belle e forti che nutrono la mia vita, la cioccolata,  la coca cola, e i sorrisi di chi mi sta attorno e ripenso alla pioggia che fuori continua a picchiare sui vetri freddi. Capisco che il vero odio va verso quella pioggia sporca, quella malattia che macchia ogni spirito fragile. Mi spoglio, metto ad asciugare i panni umidi al cardo dei termosifoni e sotto il getto bollente della doccia lavo via da me ogni macchina di unto. Il sonno penserà al resto.

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