Che cosa guardano i mendicanti buttati
lungo i bordi delle strade non l'ho mai capito. Se ne stanno lì,
soli coi loro pari, soli anche loro, lasciati soli in questo mondo
che corre e non li degna di uno sguardo, ad ossidarsi di vane
speranze. Sono uomini arrugginiti, consumati dalla frenesia e dalle
briciole di dolore che gli dispensa il mondo. Ogni moneta che hanno
nel loro pugno scuro è una briciola di quel dolore. Venti centesimi
solamente per una bolletta troppo costosa arrivata questo mese,
cinquanta per un marito troppo assente, un euro o due se il
dispiacere è un aperitivo saltato o un autobus arrivato troppo
presto alla fermata che vi ha lasciati lì piantati e delusi. Rari
come platino questi. Tintinnano stretti tra le loro mani sporche e
non sai mai quanti siano. Oggi passo dritto, non mi volto ad
osservarli, non hanno bisogno di me. Avranno l'oro in quelle mani,
certo i miei spiccioli non gli cambierebbero la vita. Eppure loro
rimangono fermi lì, impassibili, a guardare il vuoto. Hanno lo
sguardo fisso che scava l'asfalto bollente e rovente dai passi rapidi
della gente, con gli occhi bruciati dallo smog sputato dai tubi di
scappamento del traffico regolare, non una lacrima, non un languido
accenno, nulla che si muove, pupille ferme, iridi opachi e bulbi
ingialliti. Questo sono i mendicanti che vivono i bordi della città.
Non possono piangere per lavarsi via quei frammenti tossici di vita
per non sprecare neanche quel po' di liquido che gli resta nelle
vene. Qualcuno blatera parole confuse, un borbottio, un nonsenso. Ed
il vino solamente gli ridona quel po' di speranza a cui si aggrappano
per poter vivere ancora un giorno in più, un altro giorno come la
merda di tutti gli altri già vissuti così. Eppure si attaccano alla
vita i mendicanti. Una soltanto urla disperata per strada “voglio
morire!”, e piange, senza una lacrima però, il suo vino rosso
artificiale che cola dal brik rovesciato, scivola lungo il
marciapiede in rivoli che paiono crepe e si va a buttare in un canale
di scolo, un odore pungente ed inebriante attira chi passa. Lei urla
disperata, continua a farlo e a dondolarsi buttata su un gradino di
una porta tenendosi il capo fermo tra le mani che grattano
nervosamente il cuoio capelluto bianco. Prova con le mani a sfiorare
la superficie lucida del vino che è ormai fermo in una piccola
macchia rossastra, vorrebbe riprenderlo, tuffarcisi con la faccia e
leccare fino all'ultima goccia, ma urla troppo ed è troppo stanca o
ubriaca per farlo. Riflette il cielo chiaro sulla strada quel liquido
scuro, come uno specchio, ed io che osservo la scena vedo una vecchia
che vorrebbe toccare un frammento di cielo colato sulla terra, ma le
sfugge, solo dita ossute, scure come l'ebano e nuvole in terra che
fuggono via, passano e indifferenti la lasciano lì a lagnarsi. Ma
oggi no, oggi non posso fermarmi per darle due spiccioli per andare a
ricomprare un brik di vino scadente, si fermerà sicuramente qualcun
altro. Più in là un altro, stretto ai suoi scatoloni di cartone e
alle sue coperte come ai suoi ricordi. Mi ferma, mi chiama, vuole
qualcuno con cui parlare un po'. Vedete, la vita delle persone non è
quella che ci appare nel singolo attimo in cui le incontriamo, ognuno
ha intessuta una storia nel proprio midollo. Io con al guinzaglio il
mio cane mi avvicino, mi fermo di fianco a lui. Anche lui aveva un
cane, mi dice, morto un anno prima. Viveva per strada come lui, il
suo cane mendicante, almeno poteva parlare e guardare negli occhi
qualcun altro, mi dice ancora. Stare castigato in quel cantuccio, in
quella solitudine proprio non gli piaceva e intanto allunga le dita
verso il mio piccolo Jack Russel. Lui fa per allontanarsi spaventato,
si volta, mi osserva, io accenno lievemente. Avvicina il suo musetto
alle sue dita e lo lecca leggermente. L'uomo mi guarda stupito, poi
guarda il cane e con un sorriso che non nasconde gioia lascia
dischiudere i suoi denti ingialliti dal fumo e dal vino. Sai, era
parecchio che non toccavo un cane, la sensazione che mi fa è la più
bella che ricordo, aggiunge. E poimi racconta di come aveva avuto
quel cane, degli anni passati chiuso in carcere, di suo figlio, suo
figlio che lo ha abbandonato, che si è allontanato, sparito, di come
lo avevano fatto cercare persino nei programmi televisivi dove la
gente ricerca i cari scomparsi. Ma nulla, non una notizia di lui, e
lui lì solo ad accarezzare il mio cane. Teneva sotto la giacca,
piegato e gualcito ma stretto in una tasca un foglio di giornale di
qualche anno prima. In primo piano la foto di suo figlio in bianco e
nero e la sua. Una metamorfosi lo aveva portato alla sua attuale
decadenza. Quasi non lo riconoscevo in quell'inchiostro. A mio parere
non era neanche lui e quelle che raccontava non erano che balle.
Richiamo a me il cane che però continua a giocare con un pezzo di
cartone, a mordicchiarlo, graffiarlo con rabbia. Da sotto il suo
cappello non uno sguardo verso di me, le ultime parole che mi lascia
sono quelle di trovargli un altro cagnolino, un essere con cui
passare ancora un pezzo di vita distraendosi dal mondo circostante.
Lo lascio lì a raccattare i pezzi di cartone a terra mentre il mio
Jack Russel mi tira altrove. Da lontano mi volto e lo vedo che è lì,
ancora con la sua mano tesa che stringe un bicchiere bianco di
plastica, vuoto. Non l'ho più rivisto quell'uomo. E tanti, tanti
altri. Ad un vecchio magro non rimane che una sola gamba, l'altra
coricata a terra, troncata dal ginocchio in su, lui appoggiato ad una
colonna si regge malamente ad un bastone che lo fa piegare i una posa
contorta. Pare un tronco secco e nodoso buttato, dimenticato,
lasciato lì da qualcuno. Una donna di fronte all'ingresso di una
chiesa china con la faccia che sfiora il pavimento e le mani protese
in avanti mentre stringono una ciotola di plastica consumata. Parla,
dice qualcosa in continuazione ma non capisco, la folla di persone
che le passa davanti e la schiva è troppo rumorosa. Batte
ritmicamente sul selciato la ciotola con delle monetine che
tintinnano appena, come campanelli, vuole così attirare l'attenzione
di chi passa. Di notte si sente il rovistare frenetico nei cassonetti
ancora pieni, spargono a terra l'immondizia per costruire come con da
un lego il loro piatto forte della giornata, a testa in giù nella
gola spalancata dei cassonetti, borbottano e vien fuori la loro voce
stridula e resa metallica dal luogo. Uno fa da guardia e barcolla,
l'altro a testa in giù una scena che richiama alla mente due Totò e
Peppino del duemilasedici, affamati e senza orgoglio. Tra le mani ha
un mezzo melone tagliato male e un pomodoro che cola a gocce un
liquido che brilla alla luce dei lampioni. L'uno addenta il melone,
l'altro il pomodoro, e si allontanano insieme trascinandosi dietro le
loro buste ricolme dei loro frammenti essenziali di vita e un olezzo
di alcool e pattume stantio e caldo.
E li chiamano ladri, malfattori,
disgraziati, stronzi, ci sputano sopra, in alcune città ho sentito
dalla tv che li picchiano, ci pisciano sopra. I porci in una stalla
non farebbero questo ai propri simili. Ho spento la tv dopo questa
notizia, non l'ascolto più da mesi ormai, distorce tutto, piega
l'asse parallelo alla vita della realtà e confonde le due cose.
Perchè la loro non è vita, nessuno vorrebbe vivere come loro. Ecco
perchè passiamo indifferenti davanti ai loro sguardi con le nostre
buste firmate ancora profumate di plastica nuova, con stampate a
fuoco in rosso le scritte più bizzarre, saldi, sconti, 50%. Metà e
metà. Metà uomini e metà bestie, ancorati agli istinti più
animali ma ancora con un cuore. Eppure credo che gli occhi dei
barboni per strada ci conoscano meglio dei nostri. Sanno scrutarci
fin dentro alla pelle. Non è uno specchio il loro, sono occhi veri
che ci scrutano. Uno specchio ti deforma, ti distorce, se vuole il
maledetto ti fa vedere bello e pronto per andare a ballare, tutto in
tiro per cuccare e ubriacarti fino al vomito, ma se sono stronzi non
ti fanno mettere piede fuori di casa perchè hai un brufolo sulla
fronte che non riesci a nascondere o due occhiaie color melanzana
dopo una notte insonne. Sono specchi stronzi quelli che ci propinano
al giorno d'oggi. Comandano loro. I pezzenti invece ti vedono per
quello che sei. Non hanno nulla, non ti chiedono nulla eppure
continuano a fissarti indifferenti. In un pronto soccorso di un
ospedale della mia città un barbone trova spesso rifugio,
soprattutto durante le nottate pungenti d'inverno, quando il vento
freddo ti spacca le mani e le labbra diventano arse e bruciate dalla
siccità gelata. Avrà sicuramente dentro di sé una storia immensa.
Se ne sta lì seduto, insieme ad altri malcapitati, al finto caldo
della luce artificiale dei neon della corsia e borbotta. Parla di
cose mai sentite. Pare recitare nel silenzio dell'ospedale. E parla
ininterrottamente, sempre con la stessa voce rauca, sempre con la
stessa cadenza e lo stesso ritmo. Pare una litania ortodossa, così
maestosa, imponente, così oscura e misteriosa allo stesso tempo.
Nell'anno del signore... dice... nelle terre lontane... dice...
Alessandro Manzoni, e la Monaca di Monza, tutto vien fuori confuso
dalle sue parole come da una biblioteca senza catalogazione e
scaffali. E ripeteva a tratti Mondovisione... Mondovisione. Ed è
l'essenza della loro vita. Vedono il mondo, lo scrutano in ogni suo
dettaglio, coricati o buttati a terra. Ci osservano dal basso e per
loro non è un problema, se ei piace ei lice, signore, vi scrutano
sotto le gonnelle da quattro soldi da mercato del sabato mattina, vi
annusano i piedi, si impregnano del vostro sporco, dei vostri odori
acri, del vostro sudore che cola, raccolgono la polvere che lasciate
dietro di voi camminando di fretta o quello che calpestate
sbadatamente e gli lasciate difronte, ma loro stanno lì, si lasciano
sporcare dei vostri resti umani e lo fanno con un'unica
consapevolezza. Sono gli unici che vivono su questo mondo nella
propria interezza, senza fretta o frenesia e lo fanno perchè sanno
che da laggiù possono sempre alzare lo sguardo e guardare ancora su
di loro, su di noi, sulle nostre teste acconciate, pelate, schizzate,
oltre le pareti colorate, rigate dal tempo, oltre i tetti rossi di
ogni città il cielo che sta fermo, al loro opposto, ad osservarci,
quel cielo che ormai da troppo tempo ci sfugge e che temiamo e
sfidiamo.
AUTORE: DAVIDCAPUZMUNDI