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domenica 10 gennaio 2016

CANFORA

RACCONTO DI DAVIDE CAPUZMUNDI

E alla fine è successo anche a me. Mi hanno preso, sollevato, stirato, imbottito di canfora acida, finché il suo acre e tossico odore è penetrato in ogni mia singola fibra, e poi sono stato ingrucciato.
Mi divincolo un poco. Mi scuoto. Oscillo appeso all'aria stantia del guardaroba ma nulla. Non riesco a vincere la gravità e il gancio lucido che svetta austero e impassibile sul mio collo. Vorrei urlare, piangere, dire al mondo che certamente dev'essersi trattato di un errore, che non sarei dovuto essere lì, in quel posto e in quel momento. È sempre così. È sempre tutto una conseguenza di tragiche fatalità dell'ultimo momento, come un sospiro frenato, strozzato, lasciato morire soffocato nel fondo della gola. Nel buio però avverto di non essere da solo. In quel nonluogo c'era sicuramente qualcun altro con me e ne avvertivo chiaramente il corto respiro affannoso. Pareva quasi un rantolo. Era silenzioso, quasi impercettibile, ma riuscivo a distinguerne la sofferenza che ad ogni respiro lo lacerava di spasmi. Nessun altro rumore. Sembravamo soli, io e l'altro, quel respiro affannoso piuttosto. Era per me solamente un respiro. Non riuscivo a distinguerne né i contorni di quella figura che emetteva quei corti soffi di vita né l'effettiva presenza fisica. Poteva essere anche semplicemente una mia immaginazione, certo, eppure l'avvertivo chiaramente. La mia pelle aveva iniziato ad inumidirsi. Sentivo che nell'oscurità si stava imperlando di sudore, e tremavo. Ora sentivo i suoi respiri di molto accentuati. Era più vicino di quanto credessi inizialmente e la cosa mi provocò un sobbalzo che mi scosse da cima a fondo gli arti. Con i suoi rantoli asciugava il sudore che mi clava da dietro le orecchie sul collo, pareva che quella presenza mi stesse davanti e respirasse all'altezza del mio collo. Ora sentivo più forte il mio cuore battermi nel petto e il sangue nervoso pulsarmi bollente su per la giugulare. In quel momento riuscii a sentire la vita di ogni mia singola fibra, di ogni cellula. Sentivo il loro nascere e il loro morire, inosservate e silenziose. E se fosse successa la stessa cosa a me? Se fossi morto lì dentro così, inascoltato e nascosto dagli occhi del mondo? Che ne sarebbe stato di me? Il pensiero mi buttò in un baratro. Più pensavo, più sentivo il fresco di quel respiro sul mio collo e più sentivo un vuoto che mi faceva pendere ed oscillare. Ero forse appeso in un vuoto infinito. Non riuscivo a percepire nessuno spazio intorno a me, solo quel fiato. Nessuno spiraglio di luce, nessun altro fruscio. Provare a parlare era impossibile. Sentivo più forte di me un bisogno interiore di mantenere quel religioso silenzio inesplorato, così puro, intatto. Dentro di me però gridavo, fuori non un solo vibrato di quel mio chiedere aiuto al mondo. Cominciavo a sentir salire sulle pareti secche della mia gola un bruciore chimico. Era quel forte odore di canfora che stava irritando le mie mucose, e i miei occhi, seppur ora chiusi, li sentivo che stavano affogando in lacrime acide. Volevano anche loro lavarsi via quel bruciore.
D'un tratto accadde qualcosa di imprevedibile.
Uno scrocchio metallico, un cardine che si smuove, un cigolio. Poi silenzio. La prima sensazione è quasi indescrivibile. Se ciascuno di noi potesse tornare indietro con la memoria fino al primo momento in cui la vita ha soffiato il suo alito nei nostri polmoni allora potrebbe perfettamente capire cosa sia accaduto in quell'attimo. Un fresco ha invaso i miei polmoni e ha rinnovato quell'aria stantia e pungente. Sentivo di nuovo la vita scorrere nei miei capillari, infiltrarsi in ogni mia singola fibra. Ora volevo piangere, gridare, come un neonato che per la prima volta prova quella sensazione. Dischiusi appena le mie palpebre serrate, ancora bagnate. Ero morto, non ero vivo. Vedevo una luce che mi abbagliava. Era opaca e pareva quasi palpabile per quanto fosse spessa e corposa. Qualcosa intanto si era mosso con un movimento repentino. Un frusciare che mi aveva sfiorato in una frazione di secondo. I miei occhi non erano ancora riusciti a riabituarsi a quella luminosità che mi pareva così innaturale che subito ripiombai nell'oscurità. Di nuovo solo (o credo), continuavo a sentire il vuoto sotto i miei piedi e il ticchettio di un gancio metallico che mi controllava da sopra la testa. Non percepivo, ora, però nessun altro respiro oltre al mio. Il mio sudore ora scottava come quello di una febbre improvvisa.
...“La bestia che ti vivifica e uccide... io solo, con un nodo in gola. Sapevo. E' dietro la Parola”... ero in aula. Ero seduto al mio posto, in fondo, sulla mia panca di legno, così scomoda, così austera, e queste le parole che squillavano fuori dalla bocca della professoressa che leggeva Caproni. Era stato quindi tutto un sogno, un pensiero che mi aveva sconvolto. Sapere ora di non essere più solo perso nella morte mi dava un sollievo unico. I miei piedi toccavano il pavimento di parquet, i miei occhi erano asciutti, così come la mia pelle, la gola bruciava, si, ma per l'influenza e l'unico soffio che avvertivo su di me era quello caldo che sputava fuori il radiatore che si appoggiava alla parete. La lezione era finita e presto le panche cigolarono e i passi di chi mi stava accanto si mossero fragorosamente e si portarono fuori dall'aula. Io, che mi ero attardato un poco per legare per bene la mia sciarpa sulla felpa e riporre per bene i libri nello zaino, ero rimasto lì da solo e dall'alto dell'aula vedevo la sagoma minuta della professoressa che mi sorrideva.
“Le auguro una buona giornata e ci vediamo la prossima settimana per la lezione”, disse con una vocina stridula ma simpatica, quasi rassicurante.

Prese con sé la sua borsa, la sua giacca e fece per uscire a piccoli ma rapidi passi. Fu allora che notai la cosa che mi sconvolse la vita. Quando la linea labile tra realtà e sogno si fa ancora più sfumata, indistinta e sembra che si stia vivendo un sogno o in un sogno che si stia vivendo la realtà, è proprio allora, in quel nonconfine che accadono le cose più inspiegabili. Ebbene, lei, come dicevo, raccatta i suoi averi, fa per girarsi per uscire e aveva, notai, ben chiaro che spuntava da dietro il suo collo, il gancio lucido di una gruccia. Deglutii e per un poco non riuscii a muovere un passo. Sentivo le gambe tremarmi. Quando raccolsi quel poco di forze che non ancora mi avevano abbandonato per il timore feci per seguirla, volevo fermarla, parlarle, chiedere che diavolo stava succedendo, e lei ce ne entrava in tutta quella storia tanto quanto me. Lei era sparita dietro l'angolo spigoloso d'intonaco della parete. Mi bloccai ancora a fissare il nulla. Avevo gli occhi sbarrati e un groppo in gola. Non un rumore di passi, non un fruscio. Solo un odore pungente di canfora sparso nell'aria.


                                                                                                                    



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