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domenica 24 luglio 2016

LADRI NAZIONALI



Quando tutto intorno tace, quando i sospetti si allontanano dai visi incisi dei mendicanti, con il loro sguardo immobile e gli occhi arrossati dai vapori dell'asfalto rovente, dalle vedove pallide e assenti e la luna spande nell'aria afosa il suo sentore di immobilità, allora i cimiteri si svegliano. Vivono nel calpestio di chi vi abita indisturbato durante la notte, in solitaria con la luna complice e beffarda (puttana silenziosa testimone!). Qualcuno avrebbe detto questo trittico con parole più belle, cum magis elegantia, un, che so, che fai tu luna in ciel, dimmi che fai silenziosa luna, ma qui io investigo per trovar risposte, non sommo domande a domande, dubbi a decessi, ossa silenziose, scricchiolii di bare appena sigillate, poi una civetta lontana, e poi silenzio ancora. Ne verrebbe fuori un'equazione troppo complessa, con troppe variabili, roba da cervelloni, non certo per me che ero abbonato alla vista e rivista mensile “Math 4 you”. Sarebbe meglio un “che guardi tu luna dal ciel, dimmi che guardi! Spia per me quello che a noi che tendiamo a morire sfugge da sotto il naso”. Droni, satelliti, ti spiano anche il buco del culo dopo milioni di evoluzione della specie e adesso non riescono a guardare con uno stramaledetto infrarosso un camposanto nel pieno della notte. Beffarda la sorte dei morti, ancor più di quella dei vivi che guardano e piangono al loro futuro. Beffarda perchè l'eterno riposo che dona al loro il Signore qualcuno ha deciso di disturbarlo, fracassarlo.
Il giorno preciso non lo ricordo (dopo l'ultima sbronza ho preferito rimuoverlo), il luogo esatto nemmeno. Ricordo solo che ero a passeggio lungo questa stradina, di sassi e breccia, il vento bollente e umido alzava polvere ovunque intorno a me che andava ad incollarsi sulle mie braccia scoperte, sul mio collo sudato, sulla fronte e bruciava gli occhi, tutto prudeva. Ricordo che facevo quella solita stradina per andare al cimitero del mio paese, che si ergeva su una collinetta protetto dai suoi bastioni di cipressi secolari. La percorrevo almeno una volta a settimana per andare a passare un po' del mio tempo con mio nonno che ormai da nove anni era muto e dormiva, come tutti gli altri, lì. Ma la cosa mi piaceva, stava sempre ad ascoltarmi, senza mai interrompere un mio solo anelito, una sola sillaba. I vivi ti prevalicano, i morti ti compatiscono, in silenzio. Non un fiore, non una pianta, un sasso, un cimelio. Ero sempre solo, soli io e lui, faccia a faccia. Solo il suo sguardo immobile e un po' accusatorio che usciva a rilievo dalla foto stampata sul gesso mi aveva sempre dato un pizzico di febbrile timore. Di fianco a lui la lapide bianca a cui sarebbe stata destinata un giorno mia nonna. Un amore ora incompleto ma che un giorno sarebbe tornato ad unirli in quella pace. Aveva sempre voluto riposare in un posto così, caldo, soleggiato, col vento che gli leviga in eterno la faccia, ed ora almeno i raggi del solleone non lo abbandonano più. La cosa più triste di questi cimiteri sono, però, le lapidi bianche, appunto. Una camera di albergo, un piccolo monolocale di città prenotato a scadenza lontana. La morte, tanto, se deve chiamarti al suo tè delle cinque lo fa senza starci troppo a riflettere, ti invita e tu non sei mai pronto, hai ancora i bigodini e la tinta che ti intossica di ammoniaca a seccarsi in testa. Eppure lei chiama anche se sei così. Quando vado via da quel posto l'ultimo sguardo lo rivolgo proprio lì, su quel freddo marmo vergine, mal levigato e opacizzato dalle intemperie, con quel suo rivolo verdognolo di muschio aggrappato ad un angolo,alle cerniere in ottone malferme come se da un momento all'altro dovessero essere riaperte. E penso che la vita del custode di cimiteri deve essere la più forte in questo mondo. Sono rosi dall'indifferenza più agghiacciante. Si nutrono di centinaia di sguardi freddi stampati indelebilmente sul marmo eppure quando tornano a casa e chiudono dietro le loro spalle i pesanti cancelli la loro vita non cambia, quasi ammiro la loro indifferenza. Li sceglieranno nella schiera dei ricchi borghesi decaduti o dei politici in pensione per trovare gente così. Di notte un cimitero è affascinante. Brilla di centinaia di luci, tutte uguali, tutte ferme, tutte ravvivate di memoria, e ogni luce porta la storia di un uomo. Le tombe vuote, però, no. Loro sono buie, spente, sono sole e tristi nella notte più scura.
Un volo silenzioso di ali, una civetta che si lagna appena su un cipresso, poi un lieve colpo di vento. La luna questa notte non brilla in cielo, è luna nuova. È tutto nero di pece sui visi dei morti e l'ottone non brilla, sembra gomma da masticare scura attaccata sul marciapiede malamente che nessuno prova a rimuovere. Sono le ventitré e la città è silenziosa ma freme nelle sue budella di stradine. In tv questa sera c'è la nazionale di calcio che gioca contro la Germania. Un sussulto, un grido, un goal!, il quarto Reich ha sempre più la vittoria tra le mani. Poi di nuovo tutto tace. Solo gli autobus continuano a macinare l'asfalto come ruspe. Sommano il bollore dei loro motori all'insopportabile calura estiva. Il ronzio dei ventilatori accesi in ogni casa e quello delle puttanezanzare si confondono e quindi alle delusioni calcistiche corrispondono gli amorevoli baci lasciati sul collo sudato e appiccicaticcio dalle puttanezanzare sempre assetate (tedesche anche loro!), lasciatele fare, tanto loro, panterone non tigri!, non vi fanno pagar nulla a fine servizio. Non un calpestio, non un bimbo che piange o un cane che abbaia per strada o un gatto che rovista nella spazzatura lasciata fuori dai cassonetti, ah no,quelli non ci sono più da quando hanno aperto sotto casa il rinomato “Stella d'Asia. Sushi wok”. Piccolo passo a ritroso: non un cane e non un barbone che rovista nella spazzatura lasciata fuori dai cassonetti, in cerca di qualche rimasuglio di gatto come cena. Insomma, la vita è sospesa davanti agli schermi, in un indelebile confine che divide l'ahi serva Italia e il potente Reich.
Un pipistrello veloce, un lampo, un lieve movimento da terra. Nei cimiteri ora brulica la vita dal sottosuolo. Qualcosa vive e si muove, ed è sudata anche lei. Puzza di un aspro pungente. Un sudore che farebbe risvegliare i morti, per fare della macabra ironia nordica, ma tanto loro non si muovono, restano lì. Un colpo di tosse e del fiatone, poi di nuovo passi, questa volta più rapidi.
“jamm wajò! Fa mmbrèss cà massèrr facìmm ì quattrìn!” sussurrato quasi con rabbia. Altre due gambe ora si muovono vicino alle prime, e sono più veloci di prima. Non una luce che rischiara il loro cammino. Si muovono come volpi nella notte in cerca di cibo. Fiutano l'affare e il loro naso li porta lì, dove non brillano le luci. Sono le lapidi vuote la loro cena succulenta. Bussano su ognuna, dal suono che fanno quei monolocali chiusi sanno se davvero sono vuote o già occupate. Senza prenotazione non si può entrare! Gli urla qualcuno da lontano, da molto lontano, ma non lo sentono, non possono, il loro respiro è troppo affannoso. Andatevene a riposare a casa vostra e lasciateci dormire, qui non c'è ancora posto per voi!... ma quelli indisturbati, sordi, continuano a martellare e battere. Questa ha un bel suono tonfo però, come una parete vuota di cartongesso che nasconde dietro di sé qualcosa. Si arrestano. Ora si sente un tintinnare di arnesi metallici, forse un martello che cade a terra, una spranga, non so.
“Mantieni a ccà! Reggi forte!”. E giù la prima martellata. Quello che prima tutt'intorno era immobile ora si sveglia, prende vita. Un volo all'unisono si leva in aria di pipistrelli, uno quasi sfiora la testa di uno dei due intrusi, poi un gufo si lagna sulla cima di un albero vicino e uno scricchiolio proviene da lontano. E giù la seconda martellata, questa volta più forte e più decisa della prima, assestata. Ancora uno scricchiolio e un suono tonfo. Passi, veloci rapidi svelti passi, la catena di un cancello che si muove e poi silenzio ancora. Le luci brillano nell'oscurità e le tombe vuote, silenziose, sono buie come la pece.
Il mattino seguente il Reich aveva ormai invaso la povera Italia a colpi ci piede, tutto era tornato alla consueta normalità, autobus frenetici, gente che impazzavano per le strade della città, bambini che piangevano, qualcuno che urlava in un'altra lingua, un sassofono che sputava fuori una melodia stonata e mai sentita da una finestra spalancata, mendicati già ubriachi che borbottavano qualcosa alla loro solitudine. Una vedova come di consueto si avviava col suo passo instabile lungo la stradina che porta al cimitero, guardava le sue caviglie gonfie e storte, piegate dalla vecchiaia mentre camminava lenta. Un lieve accenno al custode che ricambia con una smorfia appena accennata e poi diritta verso suo marito. L'aspettava lì come ogni giorno e come ogni giorno lei gli faceva visita. Arrivava, posava la sua borsa e il bastone da passeggio sulla fredda soglia di marmo, gli accarezzava il viso freddo dipinto sul gesso, sistemava i fiori leggermente piegati, andava a prendere dalla fontana dell'acqua, puliva la lapide sporca appena di smog e polvere. Si prendeva cura di suo marito come aveva fatto in passato. Poi un colpo improvviso, un lampo le squarcia la mente, il cuore malato le si ferma e gli occhi increduli le si sbarrano, avrebbero voluto avvicinarsi ancor di più. Non era possibile. Quella che sarebbe dovuta essere la sua lapide, bianca, ancora un po' grezza e opaca, con quel rivolo verdognolo che colava giù da un angolo, era sparita. Al suo posto un buco scuro, profondo come i mille pensieri che ora inondavano la sua mente. Il marito sempre lì, immobile ed impassibile guardava la scena. A spaventarla di più ora non era il furto del marmo, non quello che poteva valere o altro, non il fatto che il suo monolocale era stato trafugato, no. A spaventarla era ora il suo sguardo che si perdeva in quell'oscurità, e lì si rifletteva. In quel buco vedeva riflessa la morte che da lontano l'aspettava. Le tombe vuote con le loro lapidi di marmo bianco non sono altro che degli specchietti per allodole, inutili artifici per nascondere la verità.

AUTORE: DAVIDE CAPUZMUNDI


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