RACCONTO DI DAVIDE CAPUZMUNDI
E alla fine è successo anche a me. Mi
hanno preso, sollevato, stirato, imbottito di canfora acida, finché
il suo acre e tossico odore è penetrato in ogni mia singola fibra, e
poi sono stato ingrucciato.
Mi divincolo un poco. Mi scuoto.
Oscillo appeso all'aria stantia del guardaroba ma nulla. Non riesco a
vincere la gravità e il gancio lucido che svetta austero e
impassibile sul mio collo. Vorrei urlare, piangere, dire al mondo che
certamente dev'essersi trattato di un errore, che non sarei dovuto
essere lì, in quel posto e in quel momento. È sempre così. È
sempre tutto una conseguenza di tragiche fatalità dell'ultimo
momento, come un sospiro frenato, strozzato, lasciato morire
soffocato nel fondo della gola. Nel buio però avverto di non essere
da solo. In quel nonluogo c'era sicuramente qualcun altro con me e ne
avvertivo chiaramente il corto respiro affannoso. Pareva quasi un
rantolo. Era silenzioso, quasi impercettibile, ma riuscivo a
distinguerne la sofferenza che ad ogni respiro lo lacerava di spasmi.
Nessun altro rumore. Sembravamo soli, io e l'altro, quel respiro
affannoso piuttosto. Era per me solamente un respiro. Non riuscivo a
distinguerne né i contorni di quella figura che emetteva quei corti
soffi di vita né l'effettiva presenza fisica. Poteva essere anche
semplicemente una mia immaginazione, certo, eppure l'avvertivo
chiaramente. La mia pelle aveva iniziato ad inumidirsi. Sentivo che
nell'oscurità si stava imperlando di sudore, e tremavo. Ora sentivo
i suoi respiri di molto accentuati. Era più vicino di quanto
credessi inizialmente e la cosa mi provocò un sobbalzo che mi scosse
da cima a fondo gli arti. Con i suoi rantoli asciugava il sudore che
mi clava da dietro le orecchie sul collo, pareva che quella presenza
mi stesse davanti e respirasse all'altezza del mio collo. Ora sentivo
più forte il mio cuore battermi nel petto e il sangue nervoso
pulsarmi bollente su per la giugulare. In quel momento riuscii a
sentire la vita di ogni mia singola fibra, di ogni cellula. Sentivo
il loro nascere e il loro morire, inosservate e silenziose. E se
fosse successa la stessa cosa a me? Se fossi morto lì dentro così,
inascoltato e nascosto dagli occhi del mondo? Che ne sarebbe stato di
me? Il pensiero mi buttò in un baratro. Più pensavo, più sentivo
il fresco di quel respiro sul mio collo e più sentivo un vuoto che
mi faceva pendere ed oscillare. Ero forse appeso in un vuoto
infinito. Non riuscivo a percepire nessuno spazio intorno a me, solo
quel fiato. Nessuno spiraglio di luce, nessun altro fruscio. Provare
a parlare era impossibile. Sentivo più forte di me un bisogno
interiore di mantenere quel religioso silenzio inesplorato, così
puro, intatto. Dentro di me però gridavo, fuori non un solo vibrato
di quel mio chiedere aiuto al mondo. Cominciavo a sentir salire sulle
pareti secche della mia gola un bruciore chimico. Era quel forte
odore di canfora che stava irritando le mie mucose, e i miei occhi,
seppur ora chiusi, li sentivo che stavano affogando in lacrime acide.
Volevano anche loro lavarsi via quel bruciore.
D'un tratto accadde qualcosa di
imprevedibile.
Uno scrocchio metallico, un cardine che
si smuove, un cigolio. Poi silenzio. La prima sensazione è quasi
indescrivibile. Se ciascuno di noi potesse tornare indietro con la
memoria fino al primo momento in cui la vita ha soffiato il suo alito
nei nostri polmoni allora potrebbe perfettamente capire cosa sia
accaduto in quell'attimo. Un fresco ha invaso i miei polmoni e ha
rinnovato quell'aria stantia e pungente. Sentivo di nuovo la vita
scorrere nei miei capillari, infiltrarsi in ogni mia singola fibra.
Ora volevo piangere, gridare, come un neonato che per la prima volta
prova quella sensazione. Dischiusi appena le mie palpebre serrate,
ancora bagnate. Ero morto, non ero vivo. Vedevo una luce che mi
abbagliava. Era opaca e pareva quasi palpabile per quanto fosse
spessa e corposa. Qualcosa intanto si era mosso con un movimento
repentino. Un frusciare che mi aveva sfiorato in una frazione di
secondo. I miei occhi non erano ancora riusciti a riabituarsi a
quella luminosità che mi pareva così innaturale che subito
ripiombai nell'oscurità. Di nuovo solo (o credo), continuavo a
sentire il vuoto sotto i miei piedi e il ticchettio di un gancio
metallico che mi controllava da sopra la testa. Non percepivo, ora,
però nessun altro respiro oltre al mio. Il mio sudore ora scottava
come quello di una febbre improvvisa.
...“La bestia che ti vivifica e
uccide... io solo, con un nodo in gola. Sapevo. E' dietro la
Parola”... ero in aula. Ero seduto al mio posto, in fondo, sulla
mia panca di legno, così scomoda, così austera, e queste le parole
che squillavano fuori dalla bocca della professoressa che leggeva
Caproni. Era stato quindi tutto un sogno, un pensiero che mi aveva
sconvolto. Sapere ora di non essere più solo perso nella morte mi
dava un sollievo unico. I miei piedi toccavano il pavimento di
parquet, i miei occhi erano asciutti, così come la mia pelle, la
gola bruciava, si, ma per l'influenza e l'unico soffio che avvertivo
su di me era quello caldo che sputava fuori il radiatore che si
appoggiava alla parete. La lezione era finita e presto le panche
cigolarono e i passi di chi mi stava accanto si mossero
fragorosamente e si portarono fuori dall'aula. Io, che mi ero
attardato un poco per legare per bene la mia sciarpa sulla felpa e
riporre per bene i libri nello zaino, ero rimasto lì da solo e
dall'alto dell'aula vedevo la sagoma minuta della professoressa che
mi sorrideva.
“Le auguro una buona giornata e ci
vediamo la prossima settimana per la lezione”, disse con una vocina
stridula ma simpatica, quasi rassicurante.
Prese con sé la sua borsa, la sua
giacca e fece per uscire a piccoli ma rapidi passi. Fu allora che
notai la cosa che mi sconvolse la vita. Quando la linea labile tra
realtà e sogno si fa ancora più sfumata, indistinta e sembra che si
stia vivendo un sogno o in un sogno che si stia vivendo la realtà, è
proprio allora, in quel nonconfine che accadono le cose più
inspiegabili. Ebbene, lei, come dicevo, raccatta i suoi averi, fa per
girarsi per uscire e aveva, notai, ben chiaro che spuntava da dietro
il suo collo, il gancio lucido di una gruccia. Deglutii e per un poco
non riuscii a muovere un passo. Sentivo le gambe tremarmi. Quando
raccolsi quel poco di forze che non ancora mi avevano abbandonato per
il timore feci per seguirla, volevo fermarla, parlarle, chiedere che
diavolo stava succedendo, e lei ce ne entrava in tutta quella storia
tanto quanto me. Lei era sparita dietro l'angolo spigoloso d'intonaco
della parete. Mi bloccai ancora a fissare il nulla. Avevo gli occhi
sbarrati e un groppo in gola. Non un rumore di passi, non un fruscio.
Solo un odore pungente di canfora sparso nell'aria.