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venerdì 29 gennaio 2016

#2

Vai a prenderla di fretta
salva una stella, salva una tua sorella
Siamo nel tempo di una sigaretta
e tra la cenere cresci una stella,
cresci tua sorella...

Vissero tanti altri
e altri ancora discesero
per il dente duro
la pianura fredda
dove l'occhio che ci permette
vede solo desertica e disabitata

una lunghissima assenza

sabato 23 gennaio 2016

CRANIO

cranio stretto,
eppure è vasto
troppo piccolo
per credere che sia reale
ogni colpo di pensiero
che lo fa trasalire
alla palla del cervello
a contenere amore, psiche e deserto
e ogni zampillo di suicidio
alla sinapsi che mi fa di traverso

e mi travesto
posso compiere miracolo
frammentare l'inferno
e ogni sorta che ricordo cinematografico
nel cranio stretto
nella palla di cervello
non è nemmeno mezzo quadro
ma a tre quarti di buchi neri d'universo

sta sera esco
sovrappensiero
e il pensiero non lo trattengo
dopo torno
alla sinapsi breve
al cervello stretto
a questa tomba che ho nel cervelletto...

...e quindi immagina
che tutte le cose che immagino non succedono
non dovrei quindi immaginare più nulla

per far succedere qualcosa...

giovedì 14 gennaio 2016

LE STAZIONI


Le stazioni piacciono a tutti i poeti
nell'attesa possiamo ripassarci i momenti
con la macchina che sale e parte
con la gente schiusa e momentanea che va da qualche parte;
c'è un gran baccano a volte o come ora
solo il silenzio nero della portiera che sbatte
e il passo dell'ultimo paio di gambe
che si presta veloce come fosse a vapore
al salto per non mancare il treno suo che parte

poi pensale di notte, di notte soltanto
questi mostri di metallo che si fanno nell'aria
ci sono rotaie per esempio che vanno sul mare
altre profonde e chiuse nel vetro di una città industriale,
io vorrei che ora durasse un eterno
con il mio corpo breve di adesso
tenermelo cosi come se mi durasse in eterno
posato a questo sedile scuro
mentre viaggia è sembra fermo
e fuori è solo notte,
non è mai una città, non è mai un proseguo
è solo dal finestrino un impressione

...e quante ne ho immaginate
quante ne ho costruite di vite
a ogni sosta breve a un nome di stazione
e forse è vero che erano tutte meglio
di quella che vivo ora...

martedì 12 gennaio 2016

NOI SIAMO COSì

La parola <<solo>>
trita i lunedì di pioggia
sconvolge le ossa
rotte tutta in fila
tutte addosso coperte prima
da metri quadri di pelle bianca

tumulto batte stanco
tempo forse in disordine
io lo concentro
nel passo mio
ordinato
nel mondo pieno
vuoto in sopra
e colmo nel metro sotto il terreno

la parola <<solo>>
solo come quando dice in giù
tutto bianco l'occhio e tu
poco crede di essere insistito
chi ti insiste nella vita
è uno sguardo di poco conto
che ti piange un po'

la parola <<solo>>
la dimentico a ogni tu
che diventi magnifico
elastico e bellissimo
il tu astratto
il tu d'ombra
della poesia
e tu ancora
duri nel poco ancora
risiede
ed eregge metallo e casa il tanto
poi c'è un tonfo nero
si rispecchia ferita al piede
degli aguzzi vetri
lasciati rotti nei piedi scalzi in casa mia

quindi che la bisbiglia
che la borbotta
che ce l'ha in seno
o nel pugno in gola
<<solo>> la parola
che la singhiozza
senza le altre
senza il discorso
ecco che la parla così
e ci parla così
e noi siamo così


lunedì 11 gennaio 2016

Quando smetterai di dirmi

Quando smetterai di dirmi
il nero e buio sarà forte

io già lo sento che mi lasci in mezzo ad altre parole
ci sono stagioni, c'è un ritorno che ci rimette dove è posto
quindi poco servite le mie braccia agitate
per massacrare la corsia di chi decide
dove io già stretto ero
nel letto bianco ero
col camice strano ero
già i polsi
già al torace
già alla mano...

uno svuotarsi ed eccoti:
io ti ho detta, continuata
nell'infinito piccolo.
e tu smetti le mie parole
le mie lettere e col disordine

le anagrammi in un altro nome

domenica 10 gennaio 2016

MADRE NOTTE

Se è possibile trova luglio
o il giardino viola dove muore la morte
tu dici ti trovare tutte queste cose
magari i fiori blu che le piacevano
perché oggi
perché adesso
è Madre notte
che è prima di noi
prima di ogni sangue
di ogni padre
in ogni epoca
che mi ha passato
mi ha arrivato il suo sangue
per permettermi di viverla cosi male
questa vita che è un orrore
ma anche un dono, il più gioiello

mi servono però le rose
mi servono però di Agosto
con mio fratello appoggiato sul cuore
appena dopo un gioco d'oceano
che trovammo tutto il segreto
che fa rifiorire il tutto
per poi dimenticarlo sempre
ogni volta

Se è possibile a te chiedo Madre notte
ti toglierci le spine
di alleviare i chiodi
e condurci mano santa oltre i rovi
dove si sceglie
un occhio qualunque
uno felice però
e da li guardare tutti i colori
che ancora non so


CANFORA

RACCONTO DI DAVIDE CAPUZMUNDI

E alla fine è successo anche a me. Mi hanno preso, sollevato, stirato, imbottito di canfora acida, finché il suo acre e tossico odore è penetrato in ogni mia singola fibra, e poi sono stato ingrucciato.
Mi divincolo un poco. Mi scuoto. Oscillo appeso all'aria stantia del guardaroba ma nulla. Non riesco a vincere la gravità e il gancio lucido che svetta austero e impassibile sul mio collo. Vorrei urlare, piangere, dire al mondo che certamente dev'essersi trattato di un errore, che non sarei dovuto essere lì, in quel posto e in quel momento. È sempre così. È sempre tutto una conseguenza di tragiche fatalità dell'ultimo momento, come un sospiro frenato, strozzato, lasciato morire soffocato nel fondo della gola. Nel buio però avverto di non essere da solo. In quel nonluogo c'era sicuramente qualcun altro con me e ne avvertivo chiaramente il corto respiro affannoso. Pareva quasi un rantolo. Era silenzioso, quasi impercettibile, ma riuscivo a distinguerne la sofferenza che ad ogni respiro lo lacerava di spasmi. Nessun altro rumore. Sembravamo soli, io e l'altro, quel respiro affannoso piuttosto. Era per me solamente un respiro. Non riuscivo a distinguerne né i contorni di quella figura che emetteva quei corti soffi di vita né l'effettiva presenza fisica. Poteva essere anche semplicemente una mia immaginazione, certo, eppure l'avvertivo chiaramente. La mia pelle aveva iniziato ad inumidirsi. Sentivo che nell'oscurità si stava imperlando di sudore, e tremavo. Ora sentivo i suoi respiri di molto accentuati. Era più vicino di quanto credessi inizialmente e la cosa mi provocò un sobbalzo che mi scosse da cima a fondo gli arti. Con i suoi rantoli asciugava il sudore che mi clava da dietro le orecchie sul collo, pareva che quella presenza mi stesse davanti e respirasse all'altezza del mio collo. Ora sentivo più forte il mio cuore battermi nel petto e il sangue nervoso pulsarmi bollente su per la giugulare. In quel momento riuscii a sentire la vita di ogni mia singola fibra, di ogni cellula. Sentivo il loro nascere e il loro morire, inosservate e silenziose. E se fosse successa la stessa cosa a me? Se fossi morto lì dentro così, inascoltato e nascosto dagli occhi del mondo? Che ne sarebbe stato di me? Il pensiero mi buttò in un baratro. Più pensavo, più sentivo il fresco di quel respiro sul mio collo e più sentivo un vuoto che mi faceva pendere ed oscillare. Ero forse appeso in un vuoto infinito. Non riuscivo a percepire nessuno spazio intorno a me, solo quel fiato. Nessuno spiraglio di luce, nessun altro fruscio. Provare a parlare era impossibile. Sentivo più forte di me un bisogno interiore di mantenere quel religioso silenzio inesplorato, così puro, intatto. Dentro di me però gridavo, fuori non un solo vibrato di quel mio chiedere aiuto al mondo. Cominciavo a sentir salire sulle pareti secche della mia gola un bruciore chimico. Era quel forte odore di canfora che stava irritando le mie mucose, e i miei occhi, seppur ora chiusi, li sentivo che stavano affogando in lacrime acide. Volevano anche loro lavarsi via quel bruciore.
D'un tratto accadde qualcosa di imprevedibile.
Uno scrocchio metallico, un cardine che si smuove, un cigolio. Poi silenzio. La prima sensazione è quasi indescrivibile. Se ciascuno di noi potesse tornare indietro con la memoria fino al primo momento in cui la vita ha soffiato il suo alito nei nostri polmoni allora potrebbe perfettamente capire cosa sia accaduto in quell'attimo. Un fresco ha invaso i miei polmoni e ha rinnovato quell'aria stantia e pungente. Sentivo di nuovo la vita scorrere nei miei capillari, infiltrarsi in ogni mia singola fibra. Ora volevo piangere, gridare, come un neonato che per la prima volta prova quella sensazione. Dischiusi appena le mie palpebre serrate, ancora bagnate. Ero morto, non ero vivo. Vedevo una luce che mi abbagliava. Era opaca e pareva quasi palpabile per quanto fosse spessa e corposa. Qualcosa intanto si era mosso con un movimento repentino. Un frusciare che mi aveva sfiorato in una frazione di secondo. I miei occhi non erano ancora riusciti a riabituarsi a quella luminosità che mi pareva così innaturale che subito ripiombai nell'oscurità. Di nuovo solo (o credo), continuavo a sentire il vuoto sotto i miei piedi e il ticchettio di un gancio metallico che mi controllava da sopra la testa. Non percepivo, ora, però nessun altro respiro oltre al mio. Il mio sudore ora scottava come quello di una febbre improvvisa.
...“La bestia che ti vivifica e uccide... io solo, con un nodo in gola. Sapevo. E' dietro la Parola”... ero in aula. Ero seduto al mio posto, in fondo, sulla mia panca di legno, così scomoda, così austera, e queste le parole che squillavano fuori dalla bocca della professoressa che leggeva Caproni. Era stato quindi tutto un sogno, un pensiero che mi aveva sconvolto. Sapere ora di non essere più solo perso nella morte mi dava un sollievo unico. I miei piedi toccavano il pavimento di parquet, i miei occhi erano asciutti, così come la mia pelle, la gola bruciava, si, ma per l'influenza e l'unico soffio che avvertivo su di me era quello caldo che sputava fuori il radiatore che si appoggiava alla parete. La lezione era finita e presto le panche cigolarono e i passi di chi mi stava accanto si mossero fragorosamente e si portarono fuori dall'aula. Io, che mi ero attardato un poco per legare per bene la mia sciarpa sulla felpa e riporre per bene i libri nello zaino, ero rimasto lì da solo e dall'alto dell'aula vedevo la sagoma minuta della professoressa che mi sorrideva.
“Le auguro una buona giornata e ci vediamo la prossima settimana per la lezione”, disse con una vocina stridula ma simpatica, quasi rassicurante.

Prese con sé la sua borsa, la sua giacca e fece per uscire a piccoli ma rapidi passi. Fu allora che notai la cosa che mi sconvolse la vita. Quando la linea labile tra realtà e sogno si fa ancora più sfumata, indistinta e sembra che si stia vivendo un sogno o in un sogno che si stia vivendo la realtà, è proprio allora, in quel nonconfine che accadono le cose più inspiegabili. Ebbene, lei, come dicevo, raccatta i suoi averi, fa per girarsi per uscire e aveva, notai, ben chiaro che spuntava da dietro il suo collo, il gancio lucido di una gruccia. Deglutii e per un poco non riuscii a muovere un passo. Sentivo le gambe tremarmi. Quando raccolsi quel poco di forze che non ancora mi avevano abbandonato per il timore feci per seguirla, volevo fermarla, parlarle, chiedere che diavolo stava succedendo, e lei ce ne entrava in tutta quella storia tanto quanto me. Lei era sparita dietro l'angolo spigoloso d'intonaco della parete. Mi bloccai ancora a fissare il nulla. Avevo gli occhi sbarrati e un groppo in gola. Non un rumore di passi, non un fruscio. Solo un odore pungente di canfora sparso nell'aria.


                                                                                                                    



sabato 2 gennaio 2016

VIGILIA DI NATALE

Oh eccomi che stavo
movimentato nella stasi
della convenzionalità
della destra e della sinistra a vicenda
compiendo il moto
portandomi a passeggio
mio corpo fermo...

fa che mi trovo
nelle luci del natale
con tanti schizzi di movimento
pure un baccano
e linguaggi capitati a me brevi
cosi fugaci
sono questi traballanti passeggeri
che tutti abbiano:
una chiave , un segreto e una crisalide
io non posso mai crederlo,
e mentre si compiva la catena dei passi
aprii a un soffio i seminterrati
e c'era lui che ci gridava
spine ai polsi
molto massacrato
e senza una mela
li è lui
che era solo un eco
lontanissimo eco
del mio piede che nell'asfalto
scintilla il movimento.