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giovedì 28 luglio 2016

MENDICO

Che cosa guardano i mendicanti buttati lungo i bordi delle strade non l'ho mai capito. Se ne stanno lì, soli coi loro pari, soli anche loro, lasciati soli in questo mondo che corre e non li degna di uno sguardo, ad ossidarsi di vane speranze. Sono uomini arrugginiti, consumati dalla frenesia e dalle briciole di dolore che gli dispensa il mondo. Ogni moneta che hanno nel loro pugno scuro è una briciola di quel dolore. Venti centesimi solamente per una bolletta troppo costosa arrivata questo mese, cinquanta per un marito troppo assente, un euro o due se il dispiacere è un aperitivo saltato o un autobus arrivato troppo presto alla fermata che vi ha lasciati lì piantati e delusi. Rari come platino questi. Tintinnano stretti tra le loro mani sporche e non sai mai quanti siano. Oggi passo dritto, non mi volto ad osservarli, non hanno bisogno di me. Avranno l'oro in quelle mani, certo i miei spiccioli non gli cambierebbero la vita. Eppure loro rimangono fermi lì, impassibili, a guardare il vuoto. Hanno lo sguardo fisso che scava l'asfalto bollente e rovente dai passi rapidi della gente, con gli occhi bruciati dallo smog sputato dai tubi di scappamento del traffico regolare, non una lacrima, non un languido accenno, nulla che si muove, pupille ferme, iridi opachi e bulbi ingialliti. Questo sono i mendicanti che vivono i bordi della città. Non possono piangere per lavarsi via quei frammenti tossici di vita per non sprecare neanche quel po' di liquido che gli resta nelle vene. Qualcuno blatera parole confuse, un borbottio, un nonsenso. Ed il vino solamente gli ridona quel po' di speranza a cui si aggrappano per poter vivere ancora un giorno in più, un altro giorno come la merda di tutti gli altri già vissuti così. Eppure si attaccano alla vita i mendicanti. Una soltanto urla disperata per strada “voglio morire!”, e piange, senza una lacrima però, il suo vino rosso artificiale che cola dal brik rovesciato, scivola lungo il marciapiede in rivoli che paiono crepe e si va a buttare in un canale di scolo, un odore pungente ed inebriante attira chi passa. Lei urla disperata, continua a farlo e a dondolarsi buttata su un gradino di una porta tenendosi il capo fermo tra le mani che grattano nervosamente il cuoio capelluto bianco. Prova con le mani a sfiorare la superficie lucida del vino che è ormai fermo in una piccola macchia rossastra, vorrebbe riprenderlo, tuffarcisi con la faccia e leccare fino all'ultima goccia, ma urla troppo ed è troppo stanca o ubriaca per farlo. Riflette il cielo chiaro sulla strada quel liquido scuro, come uno specchio, ed io che osservo la scena vedo una vecchia che vorrebbe toccare un frammento di cielo colato sulla terra, ma le sfugge, solo dita ossute, scure come l'ebano e nuvole in terra che fuggono via, passano e indifferenti la lasciano lì a lagnarsi. Ma oggi no, oggi non posso fermarmi per darle due spiccioli per andare a ricomprare un brik di vino scadente, si fermerà sicuramente qualcun altro. Più in là un altro, stretto ai suoi scatoloni di cartone e alle sue coperte come ai suoi ricordi. Mi ferma, mi chiama, vuole qualcuno con cui parlare un po'. Vedete, la vita delle persone non è quella che ci appare nel singolo attimo in cui le incontriamo, ognuno ha intessuta una storia nel proprio midollo. Io con al guinzaglio il mio cane mi avvicino, mi fermo di fianco a lui. Anche lui aveva un cane, mi dice, morto un anno prima. Viveva per strada come lui, il suo cane mendicante, almeno poteva parlare e guardare negli occhi qualcun altro, mi dice ancora. Stare castigato in quel cantuccio, in quella solitudine proprio non gli piaceva e intanto allunga le dita verso il mio piccolo Jack Russel. Lui fa per allontanarsi spaventato, si volta, mi osserva, io accenno lievemente. Avvicina il suo musetto alle sue dita e lo lecca leggermente. L'uomo mi guarda stupito, poi guarda il cane e con un sorriso che non nasconde gioia lascia dischiudere i suoi denti ingialliti dal fumo e dal vino. Sai, era parecchio che non toccavo un cane, la sensazione che mi fa è la più bella che ricordo, aggiunge. E poimi racconta di come aveva avuto quel cane, degli anni passati chiuso in carcere, di suo figlio, suo figlio che lo ha abbandonato, che si è allontanato, sparito, di come lo avevano fatto cercare persino nei programmi televisivi dove la gente ricerca i cari scomparsi. Ma nulla, non una notizia di lui, e lui lì solo ad accarezzare il mio cane. Teneva sotto la giacca, piegato e gualcito ma stretto in una tasca un foglio di giornale di qualche anno prima. In primo piano la foto di suo figlio in bianco e nero e la sua. Una metamorfosi lo aveva portato alla sua attuale decadenza. Quasi non lo riconoscevo in quell'inchiostro. A mio parere non era neanche lui e quelle che raccontava non erano che balle. Richiamo a me il cane che però continua a giocare con un pezzo di cartone, a mordicchiarlo, graffiarlo con rabbia. Da sotto il suo cappello non uno sguardo verso di me, le ultime parole che mi lascia sono quelle di trovargli un altro cagnolino, un essere con cui passare ancora un pezzo di vita distraendosi dal mondo circostante. Lo lascio lì a raccattare i pezzi di cartone a terra mentre il mio Jack Russel mi tira altrove. Da lontano mi volto e lo vedo che è lì, ancora con la sua mano tesa che stringe un bicchiere bianco di plastica, vuoto. Non l'ho più rivisto quell'uomo. E tanti, tanti altri. Ad un vecchio magro non rimane che una sola gamba, l'altra coricata a terra, troncata dal ginocchio in su, lui appoggiato ad una colonna si regge malamente ad un bastone che lo fa piegare i una posa contorta. Pare un tronco secco e nodoso buttato, dimenticato, lasciato lì da qualcuno. Una donna di fronte all'ingresso di una chiesa china con la faccia che sfiora il pavimento e le mani protese in avanti mentre stringono una ciotola di plastica consumata. Parla, dice qualcosa in continuazione ma non capisco, la folla di persone che le passa davanti e la schiva è troppo rumorosa. Batte ritmicamente sul selciato la ciotola con delle monetine che tintinnano appena, come campanelli, vuole così attirare l'attenzione di chi passa. Di notte si sente il rovistare frenetico nei cassonetti ancora pieni, spargono a terra l'immondizia per costruire come con da un lego il loro piatto forte della giornata, a testa in giù nella gola spalancata dei cassonetti, borbottano e vien fuori la loro voce stridula e resa metallica dal luogo. Uno fa da guardia e barcolla, l'altro a testa in giù una scena che richiama alla mente due Totò e Peppino del duemilasedici, affamati e senza orgoglio. Tra le mani ha un mezzo melone tagliato male e un pomodoro che cola a gocce un liquido che brilla alla luce dei lampioni. L'uno addenta il melone, l'altro il pomodoro, e si allontanano insieme trascinandosi dietro le loro buste ricolme dei loro frammenti essenziali di vita e un olezzo di alcool e pattume stantio e caldo.
E li chiamano ladri, malfattori, disgraziati, stronzi, ci sputano sopra, in alcune città ho sentito dalla tv che li picchiano, ci pisciano sopra. I porci in una stalla non farebbero questo ai propri simili. Ho spento la tv dopo questa notizia, non l'ascolto più da mesi ormai, distorce tutto, piega l'asse parallelo alla vita della realtà e confonde le due cose. Perchè la loro non è vita, nessuno vorrebbe vivere come loro. Ecco perchè passiamo indifferenti davanti ai loro sguardi con le nostre buste firmate ancora profumate di plastica nuova, con stampate a fuoco in rosso le scritte più bizzarre, saldi, sconti, 50%. Metà e metà. Metà uomini e metà bestie, ancorati agli istinti più animali ma ancora con un cuore. Eppure credo che gli occhi dei barboni per strada ci conoscano meglio dei nostri. Sanno scrutarci fin dentro alla pelle. Non è uno specchio il loro, sono occhi veri che ci scrutano. Uno specchio ti deforma, ti distorce, se vuole il maledetto ti fa vedere bello e pronto per andare a ballare, tutto in tiro per cuccare e ubriacarti fino al vomito, ma se sono stronzi non ti fanno mettere piede fuori di casa perchè hai un brufolo sulla fronte che non riesci a nascondere o due occhiaie color melanzana dopo una notte insonne. Sono specchi stronzi quelli che ci propinano al giorno d'oggi. Comandano loro. I pezzenti invece ti vedono per quello che sei. Non hanno nulla, non ti chiedono nulla eppure continuano a fissarti indifferenti. In un pronto soccorso di un ospedale della mia città un barbone trova spesso rifugio, soprattutto durante le nottate pungenti d'inverno, quando il vento freddo ti spacca le mani e le labbra diventano arse e bruciate dalla siccità gelata. Avrà sicuramente dentro di sé una storia immensa. Se ne sta lì seduto, insieme ad altri malcapitati, al finto caldo della luce artificiale dei neon della corsia e borbotta. Parla di cose mai sentite. Pare recitare nel silenzio dell'ospedale. E parla ininterrottamente, sempre con la stessa voce rauca, sempre con la stessa cadenza e lo stesso ritmo. Pare una litania ortodossa, così maestosa, imponente, così oscura e misteriosa allo stesso tempo. Nell'anno del signore... dice... nelle terre lontane... dice... Alessandro Manzoni, e la Monaca di Monza, tutto vien fuori confuso dalle sue parole come da una biblioteca senza catalogazione e scaffali. E ripeteva a tratti Mondovisione... Mondovisione. Ed è l'essenza della loro vita. Vedono il mondo, lo scrutano in ogni suo dettaglio, coricati o buttati a terra. Ci osservano dal basso e per loro non è un problema, se ei piace ei lice, signore, vi scrutano sotto le gonnelle da quattro soldi da mercato del sabato mattina, vi annusano i piedi, si impregnano del vostro sporco, dei vostri odori acri, del vostro sudore che cola, raccolgono la polvere che lasciate dietro di voi camminando di fretta o quello che calpestate sbadatamente e gli lasciate difronte, ma loro stanno lì, si lasciano sporcare dei vostri resti umani e lo fanno con un'unica consapevolezza. Sono gli unici che vivono su questo mondo nella propria interezza, senza fretta o frenesia e lo fanno perchè sanno che da laggiù possono sempre alzare lo sguardo e guardare ancora su di loro, su di noi, sulle nostre teste acconciate, pelate, schizzate, oltre le pareti colorate, rigate dal tempo, oltre i tetti rossi di ogni città il cielo che sta fermo, al loro opposto, ad osservarci, quel cielo che ormai da troppo tempo ci sfugge e che temiamo e sfidiamo.

AUTORE: DAVIDCAPUZMUNDI

domenica 24 luglio 2016

LADRI NAZIONALI



Quando tutto intorno tace, quando i sospetti si allontanano dai visi incisi dei mendicanti, con il loro sguardo immobile e gli occhi arrossati dai vapori dell'asfalto rovente, dalle vedove pallide e assenti e la luna spande nell'aria afosa il suo sentore di immobilità, allora i cimiteri si svegliano. Vivono nel calpestio di chi vi abita indisturbato durante la notte, in solitaria con la luna complice e beffarda (puttana silenziosa testimone!). Qualcuno avrebbe detto questo trittico con parole più belle, cum magis elegantia, un, che so, che fai tu luna in ciel, dimmi che fai silenziosa luna, ma qui io investigo per trovar risposte, non sommo domande a domande, dubbi a decessi, ossa silenziose, scricchiolii di bare appena sigillate, poi una civetta lontana, e poi silenzio ancora. Ne verrebbe fuori un'equazione troppo complessa, con troppe variabili, roba da cervelloni, non certo per me che ero abbonato alla vista e rivista mensile “Math 4 you”. Sarebbe meglio un “che guardi tu luna dal ciel, dimmi che guardi! Spia per me quello che a noi che tendiamo a morire sfugge da sotto il naso”. Droni, satelliti, ti spiano anche il buco del culo dopo milioni di evoluzione della specie e adesso non riescono a guardare con uno stramaledetto infrarosso un camposanto nel pieno della notte. Beffarda la sorte dei morti, ancor più di quella dei vivi che guardano e piangono al loro futuro. Beffarda perchè l'eterno riposo che dona al loro il Signore qualcuno ha deciso di disturbarlo, fracassarlo.
Il giorno preciso non lo ricordo (dopo l'ultima sbronza ho preferito rimuoverlo), il luogo esatto nemmeno. Ricordo solo che ero a passeggio lungo questa stradina, di sassi e breccia, il vento bollente e umido alzava polvere ovunque intorno a me che andava ad incollarsi sulle mie braccia scoperte, sul mio collo sudato, sulla fronte e bruciava gli occhi, tutto prudeva. Ricordo che facevo quella solita stradina per andare al cimitero del mio paese, che si ergeva su una collinetta protetto dai suoi bastioni di cipressi secolari. La percorrevo almeno una volta a settimana per andare a passare un po' del mio tempo con mio nonno che ormai da nove anni era muto e dormiva, come tutti gli altri, lì. Ma la cosa mi piaceva, stava sempre ad ascoltarmi, senza mai interrompere un mio solo anelito, una sola sillaba. I vivi ti prevalicano, i morti ti compatiscono, in silenzio. Non un fiore, non una pianta, un sasso, un cimelio. Ero sempre solo, soli io e lui, faccia a faccia. Solo il suo sguardo immobile e un po' accusatorio che usciva a rilievo dalla foto stampata sul gesso mi aveva sempre dato un pizzico di febbrile timore. Di fianco a lui la lapide bianca a cui sarebbe stata destinata un giorno mia nonna. Un amore ora incompleto ma che un giorno sarebbe tornato ad unirli in quella pace. Aveva sempre voluto riposare in un posto così, caldo, soleggiato, col vento che gli leviga in eterno la faccia, ed ora almeno i raggi del solleone non lo abbandonano più. La cosa più triste di questi cimiteri sono, però, le lapidi bianche, appunto. Una camera di albergo, un piccolo monolocale di città prenotato a scadenza lontana. La morte, tanto, se deve chiamarti al suo tè delle cinque lo fa senza starci troppo a riflettere, ti invita e tu non sei mai pronto, hai ancora i bigodini e la tinta che ti intossica di ammoniaca a seccarsi in testa. Eppure lei chiama anche se sei così. Quando vado via da quel posto l'ultimo sguardo lo rivolgo proprio lì, su quel freddo marmo vergine, mal levigato e opacizzato dalle intemperie, con quel suo rivolo verdognolo di muschio aggrappato ad un angolo,alle cerniere in ottone malferme come se da un momento all'altro dovessero essere riaperte. E penso che la vita del custode di cimiteri deve essere la più forte in questo mondo. Sono rosi dall'indifferenza più agghiacciante. Si nutrono di centinaia di sguardi freddi stampati indelebilmente sul marmo eppure quando tornano a casa e chiudono dietro le loro spalle i pesanti cancelli la loro vita non cambia, quasi ammiro la loro indifferenza. Li sceglieranno nella schiera dei ricchi borghesi decaduti o dei politici in pensione per trovare gente così. Di notte un cimitero è affascinante. Brilla di centinaia di luci, tutte uguali, tutte ferme, tutte ravvivate di memoria, e ogni luce porta la storia di un uomo. Le tombe vuote, però, no. Loro sono buie, spente, sono sole e tristi nella notte più scura.
Un volo silenzioso di ali, una civetta che si lagna appena su un cipresso, poi un lieve colpo di vento. La luna questa notte non brilla in cielo, è luna nuova. È tutto nero di pece sui visi dei morti e l'ottone non brilla, sembra gomma da masticare scura attaccata sul marciapiede malamente che nessuno prova a rimuovere. Sono le ventitré e la città è silenziosa ma freme nelle sue budella di stradine. In tv questa sera c'è la nazionale di calcio che gioca contro la Germania. Un sussulto, un grido, un goal!, il quarto Reich ha sempre più la vittoria tra le mani. Poi di nuovo tutto tace. Solo gli autobus continuano a macinare l'asfalto come ruspe. Sommano il bollore dei loro motori all'insopportabile calura estiva. Il ronzio dei ventilatori accesi in ogni casa e quello delle puttanezanzare si confondono e quindi alle delusioni calcistiche corrispondono gli amorevoli baci lasciati sul collo sudato e appiccicaticcio dalle puttanezanzare sempre assetate (tedesche anche loro!), lasciatele fare, tanto loro, panterone non tigri!, non vi fanno pagar nulla a fine servizio. Non un calpestio, non un bimbo che piange o un cane che abbaia per strada o un gatto che rovista nella spazzatura lasciata fuori dai cassonetti, ah no,quelli non ci sono più da quando hanno aperto sotto casa il rinomato “Stella d'Asia. Sushi wok”. Piccolo passo a ritroso: non un cane e non un barbone che rovista nella spazzatura lasciata fuori dai cassonetti, in cerca di qualche rimasuglio di gatto come cena. Insomma, la vita è sospesa davanti agli schermi, in un indelebile confine che divide l'ahi serva Italia e il potente Reich.
Un pipistrello veloce, un lampo, un lieve movimento da terra. Nei cimiteri ora brulica la vita dal sottosuolo. Qualcosa vive e si muove, ed è sudata anche lei. Puzza di un aspro pungente. Un sudore che farebbe risvegliare i morti, per fare della macabra ironia nordica, ma tanto loro non si muovono, restano lì. Un colpo di tosse e del fiatone, poi di nuovo passi, questa volta più rapidi.
“jamm wajò! Fa mmbrèss cà massèrr facìmm ì quattrìn!” sussurrato quasi con rabbia. Altre due gambe ora si muovono vicino alle prime, e sono più veloci di prima. Non una luce che rischiara il loro cammino. Si muovono come volpi nella notte in cerca di cibo. Fiutano l'affare e il loro naso li porta lì, dove non brillano le luci. Sono le lapidi vuote la loro cena succulenta. Bussano su ognuna, dal suono che fanno quei monolocali chiusi sanno se davvero sono vuote o già occupate. Senza prenotazione non si può entrare! Gli urla qualcuno da lontano, da molto lontano, ma non lo sentono, non possono, il loro respiro è troppo affannoso. Andatevene a riposare a casa vostra e lasciateci dormire, qui non c'è ancora posto per voi!... ma quelli indisturbati, sordi, continuano a martellare e battere. Questa ha un bel suono tonfo però, come una parete vuota di cartongesso che nasconde dietro di sé qualcosa. Si arrestano. Ora si sente un tintinnare di arnesi metallici, forse un martello che cade a terra, una spranga, non so.
“Mantieni a ccà! Reggi forte!”. E giù la prima martellata. Quello che prima tutt'intorno era immobile ora si sveglia, prende vita. Un volo all'unisono si leva in aria di pipistrelli, uno quasi sfiora la testa di uno dei due intrusi, poi un gufo si lagna sulla cima di un albero vicino e uno scricchiolio proviene da lontano. E giù la seconda martellata, questa volta più forte e più decisa della prima, assestata. Ancora uno scricchiolio e un suono tonfo. Passi, veloci rapidi svelti passi, la catena di un cancello che si muove e poi silenzio ancora. Le luci brillano nell'oscurità e le tombe vuote, silenziose, sono buie come la pece.
Il mattino seguente il Reich aveva ormai invaso la povera Italia a colpi ci piede, tutto era tornato alla consueta normalità, autobus frenetici, gente che impazzavano per le strade della città, bambini che piangevano, qualcuno che urlava in un'altra lingua, un sassofono che sputava fuori una melodia stonata e mai sentita da una finestra spalancata, mendicati già ubriachi che borbottavano qualcosa alla loro solitudine. Una vedova come di consueto si avviava col suo passo instabile lungo la stradina che porta al cimitero, guardava le sue caviglie gonfie e storte, piegate dalla vecchiaia mentre camminava lenta. Un lieve accenno al custode che ricambia con una smorfia appena accennata e poi diritta verso suo marito. L'aspettava lì come ogni giorno e come ogni giorno lei gli faceva visita. Arrivava, posava la sua borsa e il bastone da passeggio sulla fredda soglia di marmo, gli accarezzava il viso freddo dipinto sul gesso, sistemava i fiori leggermente piegati, andava a prendere dalla fontana dell'acqua, puliva la lapide sporca appena di smog e polvere. Si prendeva cura di suo marito come aveva fatto in passato. Poi un colpo improvviso, un lampo le squarcia la mente, il cuore malato le si ferma e gli occhi increduli le si sbarrano, avrebbero voluto avvicinarsi ancor di più. Non era possibile. Quella che sarebbe dovuta essere la sua lapide, bianca, ancora un po' grezza e opaca, con quel rivolo verdognolo che colava giù da un angolo, era sparita. Al suo posto un buco scuro, profondo come i mille pensieri che ora inondavano la sua mente. Il marito sempre lì, immobile ed impassibile guardava la scena. A spaventarla di più ora non era il furto del marmo, non quello che poteva valere o altro, non il fatto che il suo monolocale era stato trafugato, no. A spaventarla era ora il suo sguardo che si perdeva in quell'oscurità, e lì si rifletteva. In quel buco vedeva riflessa la morte che da lontano l'aspettava. Le tombe vuote con le loro lapidi di marmo bianco non sono altro che degli specchietti per allodole, inutili artifici per nascondere la verità.

AUTORE: DAVIDE CAPUZMUNDI