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mercoledì 25 marzo 2015

Dove vanno le canzoni

Come fanno a cadere le canzoni?
ho bisogno del vento nei polmoni
e chi le raccoglie?
le mie note...

in questi secoli scarsi
in questi anni a passarci
nel tuo specchio massacrarci
io respiro dove non respirano gli altri
perché ho conosciuto te
e le vertigini dell'arte
e non muoio più
ogni volta me lo insegno
che non muoio più

ma non è cosi
cadono le canzoni
le vetrine sono sgonfie
e io c'ho la morte nei polmoni
perché non serviamo più
a questo cosmo
e non mi salvi tu
anche se in te c'è la bellezza che ho nascosto

e come fanno a cadere le canzoni?
sono cose del cielo
e se cadono e se le trovo per terra te le porgo
ma qui da noi non servono a nulla
non cambiano il vento
non legano il sangue
passano via
nulla d'importante

mercoledì 4 marzo 2015

IO SONO LA CICALA

Bandinedì una rubrica a cura di Davide Capuzmundi 


Che cosa straordinariamente misteriosa è la bocca umana. E l'associazione bocca-stomaco lo è ancora di più. Ha in se, questo binomio, già il paradigma del mistero. Mi diverte sedermi, ritagliarmi un posto appartato in un caotico lato di mondo ed osservare con curiosità infantile quanto di più curioso e bizzarro accade intorno a me. La storia che voglio raccontarvi oggi prende le mosse proprio da un tavolo, una sedia, rumori di stoviglie che cozzano tra loro e si spintonano e dalla babele indistinta di chiacchiere che fanno centinaia di formiche tutte insieme. Si, avete capito bene. Quello che poteva sembrare a prima impressione un magnifico trattato sull'odontostomatologia è invece una stupida storiella in cui troviamo come protagoniste formiche che parlano. Tutto ha avuto inizio un giorno come un altro in una mensa affollata di Sotterranea, un'intricata e indistinta rete di fitti cunicoli che portano a un non so dove. È il mondo delle formiche. La vita lì si svolgeva nella solita pazza frenesia che a tratti può sembrare essere la banalità quotidiana ma quel giorno no. Quel giorno, e ormai anche voi lo sapete, qualcosa stava per accadere. Dicevo. Siamo in una mensa illuminata da freddi neon di Sotterranea e qui a fare da padrone sono le stoviglie che si spintonano e le posate che scavano nei piatti come se non vi fosse un fondo che li divide dal piano freddo del tavolo. Centinaia di bocche affermano ogni briciola, non lasciano cadere nulla. Aspirano ogni odore nell'aria per non lasciare nemmeno quelli a chi invece vorrebbe solamente far cibare l'immaginazione e sognare non so quali particolarità culinarie. Insomma, quelle fauci divorano tutto con avidità. E poi, al suono dell'ordine che squilla nell'aria ormai derubata di ogni odore, tutti si alzano e in fila lasciano quel luogo indirizzati ognuno verso il proprio cunicolo, ciechi, guidati dalle sottili vibrazioni delle loro antenne attente. Io rimango lì invece, seduto. Finalmente il mio piatto ormai freddo riesce a soffiarmi in faccia l'odore spento della salsa al pepe che protegge come una sottile pellicola opaca le fettine di manzo che rimangono indifferenti a fissarmi dal basso. Una voce alle mie spalle richiama la mia attenzione ormai persa tra i grani di pepe della salsa. "Ei tu, sgorbietto, hai ancora molto  da fare? Vuoi aspettare che marcisca quella fettina? Su che non ho tempo da perdere". È l'addetto alle pulizie che gratta il pavimento con la sua ramazza consumata e si avvicina a me gettando davanti a sé tutte le immondizie che si porta avanti, spingendole a forza con la scopa, fiero, come fossero il suo personale bottino  di guerra. Si appoggia al tavolo con un fianco, mi fissa e mi fa dono di un eloquente gesto con la mano che mi invita ad andare via. Allora mi alzo, deposito il mio vassoio sul nastro vuoto che però continua a girare e ad essere inghiottito dall'ingordo foro del tunnel che porta alle cucine, e lo pianto lì, ancora in compagnia della sua scopa, abbracciato a quello spigolo del tavolo. Non mi giro neanche appena, dopo avermi sbeffeggiato per l'ultima volta con uno sbuffo lasciato uscire con un sogghigno da un lato della bocca, riprende a grattare il pavimento con la solita spenta monotonia dei suoi gesti. Ma che mai avrà voluto  dirmi con quell'espressione? Perché mi ha chiamato "sgorbietto"? Certo, non avrò le antenne come le sue, gli occhi grandi, neri, lucidi e sempre attenti come i suoi, le fauci affilate e pronte ad afferrare e distruggere come le sue. Io ho però un paio di ali spiegazzate, trasparenti, nascoste sotto il mio zaino, e nessuno questo l'ha mai scoperto, due ali che spero un giorno di usare in qualche modo... Ma che succede!? Sta tremando tutto! Il soffitto in un attimo prende il posto del pavimento adesso di nuovo impolverato e pieno di macerie. Il mondo in un momento si capovolge. Ciò che era su adesso crolla, precipita verso il basso. Una voragine ingoia tutto, tavoli, luci, piatti che si schiantano in un boato nel vuoto,  scopa,  addetto alle pulizie. Tutto. Ogni cosa precipita verso il basso. In centinaia si disperdono in un'eco assordante e rovinano nel buio. Poi il silenzio. Sono completamente solo e attorno a me vedo solo luce. Riapro gli occhi e sotto i miei piedi il nulla. tutto appare così lontano. Una strana luce, accecante, non fredda ed eterea come quella dei neon, riscalda la mia pelle, e uno strano soffio profumato asciuga le gocce di sudore che imperlavano il mio viso. Adesso un ronzio mi culla, un ronzio mai sentito prima e una forza mi spinge in alto, mi fa sentire uno strano brivido lungo la schiena. Sto volando e quel ronzio viene proprio da me, dalle mie ali che adesso spiegate, non più gualcite, splendono e riflettono quella luce. Capisco che quello che avevo vissuto fino a quel momento era stato solo un brutto ricordo perché il vero mondo,  il mio mondo era lì,  era quello, perchè ero finalmente libero. Certo che qui, anche se solo, non potrei mai piu sentirmi diverso, nessuno saprà farmi sentire così, e intanto dimentico la tristezza provata fino a quel momento. capisco solo ora che loro volevano che io mi sentossi diverso perchè possedevo nascosto in me qualcosa di speciale. Riesco a planare su un ramo. Da solo, in un cantuccio, mi accovaccio e, mentre guardo all'orizzonte quella luce che piano piano si fa sempre più rossa e scompare dietro una linea scura, lascio cantare la mia anima.

martedì 3 marzo 2015

A Latiano

A Latiano, a Latiano la provincia chiude tardi 
 e i bar sono vuoti ma pieni di altri 
 e come edera nera faccio per agitarmi 
a Latiano, a Latiano i nostri vent'anni ci sono rimasti

poco dopo la piazza intatti in fila i tuoi sguardi
 na processione morta di notte dove vengo a guardarli
 come faccio a collegare a trovare un astronave 
 che mi porti da te che mi porti a Latiano

quando ormai tu sei persa nel vento e tira lontano
 quando tu ormai soffi nel tempo e sprofonda Latiano


rimarranno solo due canne accese 
 che fanno luce come due stelle 
 nelle notti di sto paese